Testimoni

Quando muore uno di noi. Non importa la nazionalità e neppure il ruolo: può essere un fotografo o un fonico, un operatore o un producer: uno di noi. E allora ti accorgi che stai in mezzo a una guerra vera, dove sparano sul serio, non è un film, e se non capita a te ma a qualcun altro è solo casualità, destino. Inutili i giubbotti antiproiettile, le scorte, la prudenza, il mestiere, tutto il resto. Se ti arrivano granate o colpi di cannone o killer assetati di vendetta o guerrieri disperati e impauriti c’è poco da difendersi. Neppure il buonsenso basta perchè la storia è piena di passi molto riflessivi e poi l’incursione improvvisa, l’attacco a sorpresa e tu ti ritrovi lì, a un soffio dalla fine. Chiunque di noi si è trovato spesso in difficoltà. Ma nessuno di noi è un eroe nè ha la vocazione di diventarlo. Si va in guerra, sembra banale, come si va in qualsiasi altra parte del mondo a “raccontare”: può essere una festa e può essere l’inferno. La cosa strana è che continuiamo a sentirci dei privilegiati, solo per il fatto di stare in mezzo all’evento, occhi e anima di tutti gli altri. Molti purtroppo pagano irrimediabilmente la grande curiosità, questa voglia di capire.  

C’è un muro trasparente ad Arlington, Virginia. Sta in cima a Freedom Park e domina Washington.E’ alto sette metri. E non finisce mai: ogni anno, ai primi di maggio, aggiungono un pezzo. Ogni pannello ha un nome, un luogo, una data. E’ nel giardino del Newseum, il museo della stampa. E’ il muro del Journalists Memorial, il monumento ai giornalisti caduti. Il primo della lista: James M. Lingan, 62 anni, americano, ucciso a Baltimora nel 1812. Lavorava al Federalist , dava fastidio ai politici. Non è una lista completa, quella di Arlington, ma è “democratica”. Nel senso che ci sono nomi sconosciuti e storici come Robert Capa, 1954. Il fotoreporter forse più famoso del ’900, cinque guerre in 18 anni: sue le uniche, vere immagini dello sbarco in Normandia. A 41 anni andò in Giappone per una mostra, Life lo chiamò: “Già che ci sei, coprici il fronte in Indocina”. Saltò su una mina vicino ad Hanoi. Giornalisti massacrati in guerra. Fatti sparire perché davano fastidio. Per l’associazione “Reporter senza frontiere”, negli ultimi 15 anni ne sono stati uccisi quasi 1500. Il reportage di guerra nasce nel 1854, quando il “Times‿ invia un proprio corrispondente, l’irlandese William Russell, in Crimea.  Fino ad allora le notizie erano pervenute dal fronte solo grazie ai servizi di alcuni ufficiali incaricati dall’autorità militare. Resoconti pieni di retorica e di verità di comodo. Ma e’ il Vietnam lo spartiacque nella storia del giornalismo di guerra. Gli inviati raccontano al mondo la “sporca guerra” senza censure. Una guerra che finisce dalle trincee direttamente nelle case degli americani. Solo in Vietnam i morti fra i reporter sono stati 68. Una svolta ulteriore nel reportage di guerra, che ci porta alla realta’ di oggi, e’ avvenuta sicuramente durante la guerra del golfo numero uno. Per la prima volta la guerra in diretta televisiva, anche se sicuramente filtrata dal comando militare americano da una parte e condizionata dal regime di Saddam dall’altra. Lampi di guerra, solo lampi. La testimonianza e’ sempre piu’ complicata e sempre piu’ rischiosa. Soprattutto nei tanti conflitti cosiddetti invisibili. Dagli anni novanta ad oggi sono cinquecento i reporter uccisi durante l’esercizio della professione: giornalisti, operatori, fotografi. Di tutte le nazionalita’. E in tutto il mondo: nei Balcani, in Somalia, in Afghanistan, in Cisgiordania, in Algeria, in Cecenia. Solo nei Balcani le vittime fra i reporter sono state 61. Il triste primato assoluto spetta pero’ all’Argentina dei colonnelli negli anni 70: 110 reporter uccisi. Terribili anche gli anni novanta con la disgregazione dell’ex Jugoslavia. Quante vittime, a Sarajevo e a Zagabria. Soprattutto per colpa dei cecchini. I giornalisti erano fra i bersagli preferiti dell’esercito serbo. Ricordo in Croazia i funerali di Livko Kristevic, trent’anni appena, ucciso da un colpo a tradimento a Karlovac. Faceva l’operatore per l’agenzia Wtn. Queste sono le sue ultime immagini. Diceva: “Io sono croato, faccio l’operatore come facessi il soldato. E’ la mia guerra. E so che l’occhio della telecamera puo’ essere piu’ importante di un cannone. Il cannone puo’ uccidere dieci nemici, la telecamera puo’ far vincere la guerra.

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10 thoughts on “Testimoni

  1. Mi sono permesso di riportare queste righe nel mio blog personale perchè, leggendole, mi hanno profondamente emozionato. Parole che fanno comprendere almeno in parte anche a chi non è addetto ai lavori che dietro c’è sempre una grande passione che spinge a fare cose che in molti non comprendono. La “curiosità, la voglia di capire” è più grande di ogni cosa e trovarsi in mezzo ai guai è talvolta inevitabile per comprendere l’inferno.

    Grazie per le parole di questa pagina che leggerò e rileggerò più volte per trovare conferma, ogni volta, della presenza in me di quella inesauribile curiosità mossa dall’incoscienza e dal cuore.

  2. Pingback: Quattro cronisti italiani nel Memorial « Professione Reporter

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