Sei reporter uccisi a marzo. E due rapiti

Marzo si sta rivelando un mese terribile per i reporter: finora ne sono morti sei. Due ancora in Siria, altrettanto in Iraq, uno in Afghanistanin Libano e in Pakistan. Dopo l’uccisione di Ibrar Tanoli, sono morti in Siria il cameraman libanese Omar Abdel Qader, 27 anni, e un fotografo di origini canadese, Ali Mustafa, 29 anniancora ad Aleppo. In Iraq sono caduti Muthanna Abdul Hussein e Khaled Abdel Thamer, entrambi dipendenti della Tv Al-Iraqiya, colpiti da un attacco suicida ad un posto di blocco ad Hala, a 70 km da Baghdad. Poi in Afghanistan il giornalista svedese Nils Horner. Aveva 51 anni, è stato ucciso in pieno giorno con un colpo di pistola alla testa a Kabul. Un testimone ha dichiarato di aver sentito un colpo e di aver visto due persone fuggire subito dopo. In totale sono 24 i reporter morti quest’anno.

Intanto, in Crimea sono stati rapiti due giornalisti ucraini:  Olena Maksymenko e Oles Kromplyas.

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Sentenza storica: il giornalismo d’inchiesta esiste

yacht-riccardo-bossi-239469_tnIl giornalismo non è soltanto andare a prendere “le carte” in Procura, in caserma o da qualche avvocato, ma anche andare a verificare sul campo le notizie e scoprirne di nuove. E come tale, anche il giornalismo d’inchiesta non può essere zittito da querele pretestuose, a patto che i fatti narrati siano ovviamente veri ed esposti con obiettività. E’ con queste motivazioni che il Tribunale di Milano ha archiviato la denuncia di Riccardo Bossi contro Ferruccio de Bortoli e Giuseppe Guastella, per lo scoop sulla barca tenuta in Tunisia e che sarebbe stata pagata con soldi sottratti ai rimborsi elettorali della Lega Nord. Motivazioni che faranno la gioia non solo del Corriere della Sera, ma di tutti coloro che cercano notizie in modo autonomo. Con una sentenza depositata il 14 febbraio scorso, il Gip Fabrizio D’Arcangelo ha confermato la richiesta d’archiviazione già chiesta dal pm e alla quale si era opposto il legale torinese di Bossi junior. In particolare, ha confermato che Guastella, difeso da Caterina Malavenda, aveva fondato tutta la ricostruzione originaria sulla titolarità dello yacht da 2,5 milioni di euro e sull’origine dei fondi sulle carte dell’ordinanza d’arresto di Francesco Belsito e soci. Ma il passaggio-chiave della sentenza è quello che riguarda l’autonoma attività d’indagine del giornalista, che è poi andato in Tunisia a scovare la barca. Il gip ricorda la sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo del 1997 in cui si afferma che il giornalista ha diritto a cercare le notizie autonomamente e anche attraverso fonti non ufficiali, che vanno quindi protette. E poi scrive che “attesa la particolare modalità di esercizio di tale forma del diritto d’informazione, viene meno l’esigenza di valutare la veridicità della provenienza della notizia, non essendo la medesima attinta da alcuna fonte preesistente, bensì acquisita personalmente dal giornalista”. Non solo, ma nella sentenza si sottolinea il valore “propulsivo e induttivo di approfondimenti” del giornalismo d’inchiesta. Un giornalismo lodato ai convegni ma spesso bastonato nei tribunali. Dagospia  [Foto: lo yacht di Bossi jr.]

Quando la storia strappalacrime prende il sopravvento sulla realtà: ecco due foto a confronto, Marwan non era solo

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Forse perché la traversata del deserto ci ricorda Mosè e la Bibbia, o perché un bambino separato dai genitori ci sembra sempre la peggiore delle crudeltà, o ancora perché sbattere un titolo come quello in prima pagina era un’occasione troppo ghiotta per farsi venire lo scrupolo fastidioso che fosse una bufala, come infatti era. Così ci sono cascati quasi tutti, nella panzana del «bambino in fuga dagli orrori della guerra», come titolavano ieri i grandi giornali scrivendo di «un bimbo perduto nel deserto giordano» e «una squadra delle Nazioni Unite che lo incontra, per caso, e lo salva». (…) Il bambino, Marwan, quattro anni, era sì in fuga dagli orrori della guerra, ma non «perduto nel deserto giordano », bensì in compagnia di altri mille profughi dalla Siria. E la squadra dell’alto commissariato Onu per i rifugiati non era lì «per caso» ma per sorvegliare il flusso dei migranti, di cui era perfettamente a conoscenza. Anche altri  hanno scritto che il bambino avrebbe attraversato «da solo» il deserto, impresa davvero meritoria delle prime pagine, se fosse stata vera. Non che i giornalisti si siano inventati tutto di sana pianta, ma con sentimentalismo un po’ corrivo hanno fabbricato una bella storia strappalacrime da una foto che girava su twitter. Autore dello scatto è Andrew Harper, il capo dell’agenzia Onu per i rifugiati in Giordania che, domenica, ha pubblicato un’immagine del piccolo Marwan, che impugnava teneramente la sua busta di plastica con i pochi effetti personali, sullo sfondo desolato del deserto giordano, mentre quattro solleciti operatori Onu gli si fanno attorno e lo accolgono.  fonte 

Le più famose bufale giornalistiche

Libertà di stampa: l’Italia migliora, ma crollano Stati Uniti e Gran Bretagna

bandeau_enMigliora la situazione della libertà di stampa in Italia. Secondo l’indice 2014 di Reporters sans frontières, presentato a Parigi, il nostro Paese progredisce di 9 punti rispetto al 2013 ed esce da una “spirale negativa”, tornando tra i Paesi con una situazione “piuttosto buona”, al 49/o posto sui 180 della classifica.  Nell’Europa meridionale, afferma RSF, “l’unica evoluzione positiva si verifica in Italia, che è finalmente uscita da una spirale negativa e sta preparando una legge incoraggiante per depenalizzare la diffamazione a mezzo stampa”. Il nostro Paese, sulla mappa di RSF torna ad essere indicato col colore giallo, insieme con i grandi Paesi dell’Europa occidentale. In Europa, Finlandia, Paesi Bassi e Norvegia si confermano come trio di testa. La Francia cala di un punto (39/esimo posto), soprattutto per la sentenza che ha imposto a Le Point e Mediapart di ritirare dai loro rispettivi siti internet le registrazioni sull’affaire Bettencourt. “Una grave violazione della libertà di stampa – denuncia RSF – che nega ai cittadini il diritto di essere informati su questioni di interesse generale”.  Malissimo la Grecia, “colpita dalla crisi economica e dall’emergere della febbre populista”, che perde 14 posizioni, scivolando al 99/esimo posto.  Secondo l’organismo basato a Parigi, la situazione della libertà di stampa peggiora anche in Gran Bretagna (33/esimo posto, – 3 punti), colpevole di aver fatto pressioni sul quotidiano The Guardian nella vicenda legata alle rivelazioni di Edward Snowden sulle attività dell’intelligence americana e britannica.

Ma uno dei crolli più significativi si registra negli Stati Uniti, che perdono 13 posizioni, piazzandosi al 46/esimo posto. La condanna a Bradley Manning nel caso Wikileaks e la stessa vicenda Snowden, sottolinea RSF, “suonano come un avvertimento per chiunque cerchi di rivelare informazioni di interesse generale”. Per Lucie Morillon,direttrice al polo ricerche di RSF, quest’anno “la classifica di alcuni Paesi, incluso le democrazie, è profondamente colpita da un’interpretazione troppo ampia e abusiva del concetto di protezione della sicurezza nazionale”. A registrare la caduta più disastrosa, è la Repubblica centrafricana (109/o posto), teatro di un violento conflitto, che arretra di 43 posizioni,”al termine di un anno segnato da un’estrema violenza, attacchi e ripetute intimidazioni contro i giornalisti”. La Russia rimane più o meno stabile, seppure in basso, guadagnando un punto rispetto allo scorso anno. La Siria, dove quasi 130 operatori dell’informazione sono stati uccisi nell’esercizio delle loro funzioni tra il marzo 2011 e il dicembre 2013, precipita nella parte meno nobile della classifica, al 177/o posto. In Siria, avverte RSF, i media rappresentano ormai “un obiettivo sia per il governo di Bashar al-Assad sia per le milizie dei ribelli estremisti”. Peggio solo il Turkmenistan (178/posto), la Corea del Nord (179/o) e l’Eritrea (180/o).

LA CLASSIFICA