Venezuela, arrestata fotoreporter italiana

310x0_1393656287037_2Arrestata a Caracas una fotografa italiana che stava seguendo le proteste in corso da settimane in Venezuela. Francesca Commissari, questo il nome della fotoreporter, si è trovata con un collega in mezzo a una carica della polizia contro i manifestanti. Nella confusione il collega si è rifugiato in un portone ma l’ha persa di vista e solo dopo un giro di messaggi via internet ha saputo dell’arresto. Commissari collabora con il quotidiano “El Nacionàl”. Già informato il consolato italiano nella capitale venezuelana. La notizia  LIBERATA

Sentenza storica: il giornalismo d’inchiesta esiste

yacht-riccardo-bossi-239469_tnIl giornalismo non è soltanto andare a prendere “le carte” in Procura, in caserma o da qualche avvocato, ma anche andare a verificare sul campo le notizie e scoprirne di nuove. E come tale, anche il giornalismo d’inchiesta non può essere zittito da querele pretestuose, a patto che i fatti narrati siano ovviamente veri ed esposti con obiettività. E’ con queste motivazioni che il Tribunale di Milano ha archiviato la denuncia di Riccardo Bossi contro Ferruccio de Bortoli e Giuseppe Guastella, per lo scoop sulla barca tenuta in Tunisia e che sarebbe stata pagata con soldi sottratti ai rimborsi elettorali della Lega Nord. Motivazioni che faranno la gioia non solo del Corriere della Sera, ma di tutti coloro che cercano notizie in modo autonomo. Con una sentenza depositata il 14 febbraio scorso, il Gip Fabrizio D’Arcangelo ha confermato la richiesta d’archiviazione già chiesta dal pm e alla quale si era opposto il legale torinese di Bossi junior. In particolare, ha confermato che Guastella, difeso da Caterina Malavenda, aveva fondato tutta la ricostruzione originaria sulla titolarità dello yacht da 2,5 milioni di euro e sull’origine dei fondi sulle carte dell’ordinanza d’arresto di Francesco Belsito e soci. Ma il passaggio-chiave della sentenza è quello che riguarda l’autonoma attività d’indagine del giornalista, che è poi andato in Tunisia a scovare la barca. Il gip ricorda la sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo del 1997 in cui si afferma che il giornalista ha diritto a cercare le notizie autonomamente e anche attraverso fonti non ufficiali, che vanno quindi protette. E poi scrive che “attesa la particolare modalità di esercizio di tale forma del diritto d’informazione, viene meno l’esigenza di valutare la veridicità della provenienza della notizia, non essendo la medesima attinta da alcuna fonte preesistente, bensì acquisita personalmente dal giornalista”. Non solo, ma nella sentenza si sottolinea il valore “propulsivo e induttivo di approfondimenti” del giornalismo d’inchiesta. Un giornalismo lodato ai convegni ma spesso bastonato nei tribunali. Dagospia  [Foto: lo yacht di Bossi jr.]

Quel 28 gennaio 1994 a Mostar

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Alla fine c’erano riusciti. La troupe della sede RAI di Trieste composta dal giornalista Marco Luchetta, dal telecineoperatore Alessandro Ota e dallo specializzato di ripresa Dario D’Angelo, era la prima televisione ad entrare nella Mostar Est sotto assedio da mesi. Quel servizio per gli speciali del TG1 sui bambini vittime della guerra, sarebbe andato in onda, con immagini e testimonianze inedite sulle atrocità di quella guerra civile. Ma alla fine, Marco , Sasa e Dario, per quel servizio avrebbero pagato il prezzo più alto. Nel primo pomeriggio di venerdì 28 gennaio 1994, un colpo di mortaio li avrebbe uccisi mentre stavano filmando un bimbo di quattro anni fuori dal suo rifugio:  i loro corpi fecero da scudo a quel bimbo, rimasto solo stordito ma miracolosamente illeso. Zlatko Omanovic, questo il suo nome, resterà per sempre il simbolo di quel martirio. Pochi mesi dopo lasciò Mostar, rifugiandosi a Trieste, primo ospite di quella Fondazione intitolata a Luchetta, Ota, D’Angelo e a quel Miran Hrovatin, che poche settimane dopo – il 20 marzo – venne uccisio a Mogadiscio con Ilaria Alpi. Vent’anni dopo, la Fondazione triestina è ormai una realtà. E nel ricordare il ventesimo anniversario della strage di Mostar, con una semplice cerimonia, inaugura a Trieste il suo terzo centro d’accoglienza. A presiedere la onlus triestina è oggi proprio la moglie di Marco, Daniela. “E’ molto bello e consolante – dice con la serenità di chi ha fatto una cosa bella – vedere come da un evento drammatico e luttuoso, come la morte di Marco e dei suoi colleghi, sia poi nato qualcosa che è un inno alla vita, alla speranza e alla pace …”In vent’anni la Fondazione Luchetta ha accolto quasi un migliaio di ospiti, bambini e loro famigliari, provenienti da ogni parte del mondo: sottoposti a cure altrimenti impossibili nei loro paesi d’origine. Da dieci anni Marco Luchetta è anche un premio giornalistico internazionale, voluto dalla Fondazione e della RAI per ricordare gli inviati uccisi, attraverso il lavoro di altri loro colleghi, che denunciano i soprusi e le violenze sulle prime vittime di ogni guerra, i bambini. Giovanni Manzini  Articolo 21

Una terza casa di accoglienza a Trieste