Quel 28 gennaio 1994 a Mostar

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Alla fine c’erano riusciti. La troupe della sede RAI di Trieste composta dal giornalista Marco Luchetta, dal telecineoperatore Alessandro Ota e dallo specializzato di ripresa Dario D’Angelo, era la prima televisione ad entrare nella Mostar Est sotto assedio da mesi. Quel servizio per gli speciali del TG1 sui bambini vittime della guerra, sarebbe andato in onda, con immagini e testimonianze inedite sulle atrocità di quella guerra civile. Ma alla fine, Marco , Sasa e Dario, per quel servizio avrebbero pagato il prezzo più alto. Nel primo pomeriggio di venerdì 28 gennaio 1994, un colpo di mortaio li avrebbe uccisi mentre stavano filmando un bimbo di quattro anni fuori dal suo rifugio:  i loro corpi fecero da scudo a quel bimbo, rimasto solo stordito ma miracolosamente illeso. Zlatko Omanovic, questo il suo nome, resterà per sempre il simbolo di quel martirio. Pochi mesi dopo lasciò Mostar, rifugiandosi a Trieste, primo ospite di quella Fondazione intitolata a Luchetta, Ota, D’Angelo e a quel Miran Hrovatin, che poche settimane dopo – il 20 marzo – venne uccisio a Mogadiscio con Ilaria Alpi. Vent’anni dopo, la Fondazione triestina è ormai una realtà. E nel ricordare il ventesimo anniversario della strage di Mostar, con una semplice cerimonia, inaugura a Trieste il suo terzo centro d’accoglienza. A presiedere la onlus triestina è oggi proprio la moglie di Marco, Daniela. “E’ molto bello e consolante – dice con la serenità di chi ha fatto una cosa bella – vedere come da un evento drammatico e luttuoso, come la morte di Marco e dei suoi colleghi, sia poi nato qualcosa che è un inno alla vita, alla speranza e alla pace …”In vent’anni la Fondazione Luchetta ha accolto quasi un migliaio di ospiti, bambini e loro famigliari, provenienti da ogni parte del mondo: sottoposti a cure altrimenti impossibili nei loro paesi d’origine. Da dieci anni Marco Luchetta è anche un premio giornalistico internazionale, voluto dalla Fondazione e della RAI per ricordare gli inviati uccisi, attraverso il lavoro di altri loro colleghi, che denunciano i soprusi e le violenze sulle prime vittime di ogni guerra, i bambini. Giovanni Manzini  Articolo 21

Una terza casa di accoglienza a Trieste

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