Non dimentichiamoci dei rapiti

Sono ormai dieci giorni che padre “Abuna” è sparito.  A Milano hanno organizzato una fiaccolata per questo straordinario missionario che da trent’anni vive e combatte in Siria per annullare le differenze fra due mondi così distanti. Quando penso a lui, padre Paolo Dall’Oglio, mi tornano in mente le parole di un altro grande eroe con la tonaca, padre Giancarlo Bossi, che nella giungla filippina restò commosso per la festa che gli fecero i suoi parrocchiani per la liberazione. I “suoi parrocchiani”, disse proprio così: metà erano cristiani, l’altra metà islamici. Era riuscito ad unirli sotto il segno della pace. Anche Dall’Oglio è riuscito nell’impresa, a tal punto che in un primo momento si è ipotizzato che la scomparsa era legata alla partecipazione a una “trattativa” con elementi estremisti. Ma ormai anche gli attivisti che lo hanno accompagnato nel nord della Siria dicono di non avere ancora alcuna notizia ed esprimono qualche preoccupazione sulla sua sorte. “Era stato lui a chiedere la sospensione di ogni contatto per potere condurre la sua missione, ma ora dovremo cercare di capire quale sia la sua reale situazione”, ha detto il responsabile di una ong in contatto con gli attivisti. La fonte ha precisato che Padre Paolo, arrivato sabato a Raqqa, l’unico capoluogo di provincia siriano nelle mani dei ribelli, ha lasciato la città per andare in un luogo sconosciuto ad incontrare Abu Bakr al Baghdadi, l’emiro dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, a cui sono collegati gli jihadisti del Fronte al Nusra. Scopo della missione è ottenere la liberazione di alcuni ostaggi e cercare di mediare per far cessare i combattimenti nel nord-est del Paese tra jihadisti e miliziani curdi.

”E’ come cercare un ago in un pagliaio” ha commentato il capo dell’unità di crisi della Farnesina Claudio Taffuri esprimendo le difficoltà che si incontrano nel far luce su questa vicenda ”in un Paese complesso e pericoloso”. Ma il ministro degli esteri Emma Bonino si è detta fiduciosa di superare tutte le difficoltà. Il guaio è che il “pagliaio” si chiama Siria, un Paese dove si continua a combattere e dove regna una grande confusione, di ruoli e di schieramenti. In questo caos è finito quattro mesi fa anche un coraggioso cronista, Domenico Quirico. E’ arrivata una sola prova che sia vivo, con una brevissima telefonata alla famiglia, da aprile quando è scomparso. Poi il buio assoluto. Anche in questo caso il ministro Bonino ha sottolineato le difficoltà di contatti. “I gruppi che si combattono sono molto diversi. Abbiamo molti contatti, con diversi canali, che si interrompono e riprendono. Era a Qusayr quando ha telefonato e ora stiamo cercando di capire dove sia diretto. Ci vuole tempo purtroppo, ma siamo fiduciosi”.  Forse, dopo la felice e rapida conclusione della vicenda Ricucci, ci si è illusi che fosse tutto meno complicato, ma quella è una storia molto diversa, tanto è vero che sarebbe improprio definirla un rapimento.

In un altro Paese lontano e difficile, il Pakistan, è intanto sempre nelle mani dei sequestratori un giovane volontario siciliano, Giovanni Lo Porto. E’ scomparso da diciotto mesi, un anno e mezzo, forse è prigioniero in Waziristan, una provincia autonoma del nord. Ma lì il tempo non esiste: l’americano David Rhodes è stato liberato dopo due anni. E questa è la grande speranza.       

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