Cinquanta giorni senza Quirico

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Ancora silenzio e adesso di giorni ne sono passati cinquanta. Il ministro Bonino ha confermato, nei giorni scorsi a Bruxelles, che non ci sono purtroppo notizie su Domenico Quirico che d’ora in poi chiameremo Mimmo, come tutti i suoi amici.  “Abbiamo attivato tutti i canali, anche quelli che potete immaginare, ma non abbiamo nessuna novità” ha detto la responsabile della Farnesina. L’angoscia aumenta, naturalmente, ma non si è persa la speranza, anche perché altri colleghi sono stati prigionieri molto più a lungo. Come James Foley, reporter americano sparito in Siria da novembre, o come Terry Anderson, nelle mani degli hezbollah addirittura per sette anni e mezzo. Lo stesso presidente Assad si è impegnato a comunicare eventuali informazioni che “al momento non ha”. Quirico è entrato in Siria il 6 aprile attraverso il confine libanese, diretto a Homs, su quella che viene chiamata l’«autostrada della paura», in una zona divisa tra squadroni filo-regime e bande armate di criminali e dove penetrano gli hezbollah libanesi, schierati al fianco di Assad. L’ultimo contatto diretto del giornalista è stato un sms a un collega della Rai, il 9 aprile, con il quale confermava di essere sulla strada per Homs. Da allora, più nulla. E forse sarebbero proprio gli estremisti libanesi i “contatti immaginabili” riferiti dalla Bonino.

“Ma Domenico ci ha abituato ad aspettare. E noi non perdiamo la speranza anche se è un momento difficile”, promette il suo direttore Mario Calabresi che rivela un aneddoto. “Due anni fa era nella lista di coloro che dovevano essere prepensionati. Venne nel mio ufficio e mi disse: ‘Non sono ancora pronto per le panchine ai giardinetti’”. Un reporter di razza, insomma, celebrato anche quando le circostanze lo portano ad essere assente. Come alla presentazione a Milano del suo nuovo libro dal titolo «Gli ultimi. La magnifica storia dei vinti», pubblicato in questi giorni da Neri Pozza. E’ il quinto libro di Quirico. Un libro che racconta chi, nella storia, ha ricoperto un ruolo scomodo, difficile, che ha anche macchiato d’infamia la propria immagine per far sì che la storia cambiasse. Gli ultimi sono i personaggi che hanno messo se stessi, nel bene e nel male, al servizio del mutamento, della svolta storica. Proprio altri “ultimi” sono coloro che, forse, Quirico è corso a raccontare in Siria, prima di non dare più notizie di se. C’erano le due figlie, Eleonora e Metella, c’erano i direttori Calabresi e De Bortoli e c’erano naturalmente molti colleghi. Come Giuseppe Sarcina del Corriere, rapito in Libia insieme a Quirico e rilasciato dopo quattro giorni, che ci mette poche parole a raccontare chi è l’inviato della Stampa: “Mimmo si presenta come un intellettuale ma è un cronista. Vuole solo andare nei posti e consumare libri e suole delle scarpe in uguale misura”. Alla fine una caratteristica umana oltre che professionale, che per Calabresi saranno il suo biglietto di ritorno: “La sua caparbietà, la caparbietà di Domenico lo riporterà a casa. Certo che il suo giornalismo ci manca già, un giornalismo dallo stile romantico e ricco di passione”. Speranza è stata la parola più usata durante l’incontro, una speranza appesa al fiocco giallo che tutti noi, da quasi due mesi, continuiamo a sbandierare.

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