In carcere per un tweet

Twittare è un’attività sempre più pericolosa in alcuni Paesi. Lo scorso 5 giugno Hamad al-Naqi, un esponente della minoranza musulmana sciita in Kuwait, è stato condannato a 10 anni di carcere e lavori forzati per aver postato su Twitter commenti giudicati offensivi nei confronti delle autorità dell’Arabia Saudita, del Bahrein e dell’Islam. Lui ha sostenuto di essere innocente e che il  suo account sul social network era stato attaccato, quindi i testi sotto accusa non erano suoi. Ma le autorità kuwaitiane non gli hanno creduto . Arrestato il 27 marzo, al-Naqi è stato oggetto di una violenta campagna diffamatoria da parte della maggioranza sunnita, che ha chiesto a più riprese la sua condanna a morte in quanto «blasfemo». L’articolo 15 della Legge sulla sicurezza nazionale punisce con una pena minima di tre anni di carcere le dichiarazioni a mezzo stampa (compresi i tweet) ritenuti una minaccia alla sicurezza. Altri cittadini kuwaitiani sono sotto processo per aver espresso le proprie opinioni sui blog e su Twitter. Ma presto la loro sorte potrebbe essere ben peggiore. Il Parlamento, infatti, ha approvato un emendamento al codice penale secondo il quale «insultare Dio, i suoi profeti e i suoi messaggeri» comporterebbe automaticamente  una condanna a morte. fonte  E il mondo occidentale è andato anche a liberarli dalla…tirannia di Saddam. Ma forse non c’entra la democrazia, quanto l’oro nero…

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