Vita da reporter

  1. Come ci si prepara, fisicamente e psicologicamente, alle missioni?l’organizzazione, i contatti…

Psicologicamente si è sempre pronti, l’adrenalina è dentro, pronta a scattare quando capita un evento. Il resto dipende dalla situazione. Intanto bisogna vedere se c’è il tempo di prendere contatti, se la partenza è rapida l’unico impegno è di raggiungere il posto nel più breve tempo possibile. Se è un posto nuovo, bisogna trovare i contatti appena arrivati, se naturalmente è un posto conosciuto, è più facile: si riallacciano prima di partire.

  1. La redazione decide di inviare un giornalista nel teatro delle operazioni. Il giornalista diventa reporter di guerra… cosa accade nell’uomo?quali pensieri e riflessioni, quali paure…

Fare l’inviato è un mestiere che si acquisisce con il tempo, sul campo. In guerra non va quasi mai un novellino, ma i reporter  più esperti. Quindi non si diventa reporter di guerra, lo si è già. Nessuna paura e tutto sommato nessuna riflessione particolare, solo l’impegno di arrivare e di studiare il teatro che dovrai raggiungere.

  1. Quanto è difficile raccontare ciò che accade?

E’ sempre più difficile, perché le manipolazioni sono ormai pesanti, non sempre si riesce a capire cosa realmente succede, addirittura stando sul posto perché ogni fonte offre la propria verità. C’è un solo sistema, quando è possibile: essere testimoni diretti.

  1. Razionalizzare un evento che fa parte dell’estremo del lato umano può servire a spiegare meglio l’uomo?e come?

Un cronista non pensa che a raccontare, cioè al suo compito. Non fa analisi, ma elenca fatti. Ovviamente, se le corrispondenze sono fatte in piena coscienza, spiega anche l’uomo perché la storia è sempre fatta di persone.

  1. La solitudine al fronte, di cui lei parla nel suo libro, come la si combatte, la si può vincere?

Un pizzico di solitudine non arriva quando stai al fronte, ma quando torni in albergo, ti fermi. E pensi  ai cari che hai lasciato lontano, a una vita disordinata, a tutto quello che ti manca. Naturalmente si vince, anche perché in genere si è molto stanchi e ci si rifugia nel sonno.

  1. Cosa diventa la morte e il pensiero di morire se la si incontra ogni giorno, più volte al giorno?

Non ci si pensa mai alla morte, altrimenti non andresti. Nessuno di noi è un eroe né ha la vocazione di diventarlo. Si va al fronte, come in qualsiasi altra parte, a raccontare. Non metti in conto insomma di morire. La morte che incontri intorno a te ti aiuta a esaltare la vita, a scegliere i reali valori.

  1. Ha mai pensato di mandare a quel paese tutto e tutti e tornare a casa?

Sì, spesso. Quando vedi la morte in faccia, e ti salvi per un pelo, pensi di non tornare più in certe zone. Ma sono pensieri di pochi attimi. Passata la paura, ricominci da capo, come sempre.

  1. Quanto pesano nel tempo i ricordi e i sacrifici delle missioni?

I ricordi sono la ricchezza, i sacrifici si dimenticano presto e poi si raccontano: tutto fa parte del nostro patrimonio personale. Ben pochi mestieri possono regalarti così tante ricchezze.

  1. Nelle zone di guerra quali sono i pensieri che la spingono ad andare avanti, a resistere?

Ce n’è solo uno, fondamentale: essere testimone diretto della storia. Lo considero un grandissimo privilegio. Raccontare il mondo che cambia.

  1. Quale è stata la missione che più delle altre l’ha messa a dura prova, quella che ricorda come la più difficile?

Tutte sono difficili, veramente. Dalla prima guerra del Golfo, quaranta giorni in Kuwait senza mangiare, ai primi periodi afghani, o anche nei Balcani, per non dire dello tsunami. E’ sempre molto dura, proprio sul piano fisico. Anche in Libia facevamo ottocento chilometri al giorno, da Bengasi a Ras Lanuf, mica uno scherzo. Infatti spesso ricordo più i disagi che le paure.

  1. Si è mai trovato nella posizione di non poter dire tutto, di dover autocensurarsi? può descrivere la circostanza?

Non proprio autocensura. Certo, se trasmetti da Teheran magari cerchi di esser cauto, almeno finchè stai lì. Ma in genere sono sempre riuscito a raccontare quello che ho visto.

  1. Come regola i rapporti col resto del mondo in missione (famiglia, amici, colleghi)?

Quando si sta in missione, non esiste altro. La testa sta lì. L’anima resta attaccata alla famiglia che deve essere molto paziente, la famiglia di un inviato è la prima vittima di un mestiere esaltante ma scomodo. Gli amici, quelli veri, aspettano che torni.

  1. Quale è stata quella che ha le lasciato nella mente i ricordi più tragici?

Sicuramente l’Iraq 2004. Sono andato a Najaf con Enzo Baldoni: io sono tornato, lui no. E’ drammatico non rivedere un amico. A livello generale, mi è rimasto dentro anche il primo viaggio a Chernobyl.

  1. Chi è secondo lei il primo reporter di guerra moderno?se c’è, con chi sente d’avere qualcosa in comune?

Ma non esiste una classifica. Ci sono quelli bravi e quelli finti. I miei riferimenti sono al passato, a maestri come Kapuscinski o, fra i viventi, Ettore Mo. Sicuramente mi sento vicino a loro.

  1. Quale è il futuro del reporter di guerra?

Intanto, non mi piace l’etichetta. Un reporter è il tramite fra un evento e la gente a casa, purtroppo per il mondo ci sono sempre guerre da  raccontare. Il mestiere dell’inviato è destinato a finire. Con l’alibi economico, gli editori mandano sempre meno i giornalisti fuori. E’ un peccato, i testimoni sono la forza della democrazia.

  1. Le sue idee  e le sue opinioni sui warblogs.

Mah. Sono pochi quelli seri e documentati. Moltissimi appartengono a uno schieramento e non mi piacciono. Con gli strumenti di oggi è troppo facile distorcere, addirittura manipolare la verità. Io sono per i blog personali: ognuno deve raccontare la propria esperienza.

  1. Che consiglio darebbe a chi si incammina sulla strada del giornalismo se questa strada dovesse portarlo verso il ruolo di reporter di guerra?

Il consiglio è di crederci sul serio, ben cosciente non solo dei rischi – come dicevo – ma soprattutto dei disagi, della fatica. E’ talmente dura che si riesce a superare soltanto con un’autentica passione. Altrimenti resti un mediocre che resta chiuso in albergo e mette insieme le agenzie, invece di raccontare.

  1. Cosa ne pensa della guerra lei che la conosce così bene?

Io sono assolutamente contro la guerra proprio perché ne ho viste tante e da vicino. Non ci sono buoni e cattivi, le guerre sono tutte sporche.  Le guerre non le fanno mai i popoli e neppure i soldati, ma chi governa. Spesso sono mascherate da intenti nobili, ma nascono invece tutte da interessi.

  1. Cosa  si prova, i primi pensieri, quando un reporter, compagno o meno, perde la vita sul campo?

Ogni volta che muore un reporter scrivo un pezzo sul blog che ho dedicato proprio a questa professione. E comincio sempre così: “quando muore uno di noi”. Uno di noi, non importa se lo conosci o no, di che nazionalità è, che mestiere fa, il fotografo o il fonico, è uno di noi. Molti me li sono visti morire vicino, altri erano amici. Ma ogni volta è un grande dolore. Perché sai che se è toccata a loro e non a te è solo destino. Ogni anno, muoiono sul campo circa cento reporter. Una strage. E la gente normale neppure lo sa.

 TESI DI FRANCESCO C.

18 risposte a "Vita da reporter"

  1. “Un cronista non pensa che a raccontare, cioè al suo compito. Non fa analisi, ma elenca fatti”.
    Invece oggi i giornalisti sono tutti “opinionisti”, e ho sempre pensato che fosse una profonda contraddizione.

  2. Bella,ma quell’altra ,sebbene cruda,era piu’ completa.Poi le foto hanno la prerogativa di fissarsi nella mente.A volte valgono piu’ delle parole.Certo che la dichiarazione”Reporter di pace” non puo’ perdersi.Troppo vera e importante ma le immagini precedenti davano,assolutamente,l’idea di cosa significhi stare lì,dove si muore per poco,nulla, solo per dire al mondo distratto “Guardate cosa l’uomo puo’ fare”.

  3. Anche la colomba con la penna può diventare un’immagine che resta. Intitolare “reporter di pace” e mettere immagini di morte diventa un controsenso.

    • No,assolutamente! Un reporter diventa di pace perchè ha visto,con i propri occhi,troppa guerra.E se vai lì dove c’è la guerra e non ti chiudi in un bel hotel cosa potrai mai vedere?

    • Questo è un buon compromesso, meno “saturo” (il termine è di un amico con cui condivido la passione per la fotografia), lascia più spazio all’immaginazione di chi guarda senza aggredire col sangue, le bombe e tutto il resto. Unico rammarico: è sparita quella fotocamera insanguinata, struggente documento del lavoro di chi racconta quello che vede.

  4. Pingback: Reporter di pace | Pino Scaccia

  5. Dura la vita di un Reporter!Un conto un’intervista, lo studente deve fare una tesi. Sono interessanti le domande con le risposte se fosse un film, ma la realtà è un’altra cosa.
    Quello che i tuoi occhi hanno visto è una cruda verità e nessuno te lo può cancellare da dentro il tuo cuore. Non vorrei le tue immagini di dolore nella mia mente.
    Gabbiano di pace, io tento di scrivere la pace, con le mie semplici parole, ora provo anche con la musica, domani proverò ancora non so con cosa, ma lotterò ancora e ancora.
    Non ce la farei a scrivere quello che hai vissuto, patirei ogni volta lo stesso dolore.
    Scrivere e rivivere gli orrori che hai visto, con l’ adrenalina al massimo, il mio cuore la mia anima sarebbero a pezzi. Comprendo che, il tuo lavoro apparentemente è ricco di avventure, di grandi emozioni, ma quale è stato il conto da pagare? Mi domando lo rifaresti?
    Una giornata di pace e serenità per tutta la Torre.franca

  6. Eppure Franca Tu potresti!Scrivere di un reporter di pace ti sarebbe congeniale.In vernacolo oppure in italiano,sapresti definire ,meglio di molti altri,il valore di occhi che hanno visto il mondo .

  7. Ciao cara Silvana, potrei scrivere che un giorno i miei occhi hanno visto terre felici, anche se indietro nel tempo. Oggi in quelle terre, c’è solo morte, come potrei scrivere di cose che oggi non esistono.
    Mi sembrerebbe di offendere la memoria di chi non c’è più.Un caro saluto

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