C’era una volta il giornalismo/ 3

Un titolo a tutta pagina “Fini è fallito”, un occhiello che recita “Il kamikaze. E più in basso, un editoriale del direttore Maurizio Belpietro: “Su Gianfranco iniziano a girare strane storie”. Il quotidiano Libero riprende oggi la sua battaglia senza esclusione di colpi contro il presidente della Camera rivelando che qualcuno avrebbe pensato di organizzare un falso attentato nei confronti del leader di Futuro e Libertà a fini propagandistici. Il progetto dovrebbe essere messo in pratica durante una visita istituzionale ad Andria e per organizzarlo ci “si sarebbe rivolti a un manovale della criminalità locale, promettendogli 200mila euro”. Il prezzo, scrive ancora Belpietro, comprenderebbe “il silenzio sui mandanti, ma anche l’impegno di attribuire l’organizzazione dell’agguato ad ambienti vicini a Berlusconi, così da far ricadere la colpa sul presidente del Consiglio”. Secondo il direttore di Libero, “l’operazione punterebbe al ferimento di Fini e dovrebbe scattare in primavera, in prossimità delle elezioni, così da condizionarne l’esito”. Commenta con sarcasmo Italo Bocchino. “Rasenta una patologia che riguarda certa stampa e qualche giornalista in particolare. Per far felice l’editore di fatto del suo quotidiano Belpietro ipotizza un attentato che ferisce Fini per danneggiare Berlusconi. Una tesi folle frutto di menti folli che la dice lunga sullo scadimento di certo giornalismo italiano”, afferma il capogruppo di Fli alla Camera, aggiungendo che se Belpietro “insiste per saperne di più di falsi attentati può chiedere al suo caposcorta”.

A me, tanto tempo fa, hanno insegnato che la prima regola per un giornalista è di verificare una notizia prima di pubblicarla. Banale, eh? Erano i tempi in cui per esempio l’Ansa non usava condizionali. La notizia “era” o “non era”, non esisteva il forse. Infatti l’agenzia era considerata a tutti gli effetti una fonte. Non solo: la fortuna di avere avuto grandi maestri mi ha portato sempre ad andare oltre, cioè ad ascoltare le due versioni. Per il Tg1, dove sono cresciuto, era una regola inderogabile spezzata rarissimamente, come nel caso clamoroso di Farouk. Lì mi fidai, dopo due settimane di “annusamenti” della parola di Graziano Mesina, e andò bene. Insomma, tutto questo per dire, a prescindere dai protagonisti, che sono rimasto di stucco leggendo il prologo di un editoriale: “Girano strane voci…. Non so se abbiano fondamento, se si tratti di invenzioni oppure, peggio, di trappole per trarci in inganno. Se mi limito a riferirle è perché alcune persone … si sono rivolte a me assicurandomi la veridicità di quanto raccontato… Toccherà quindi ad altri accertare i fatti”. Come, ad altri? Ma non spetta a noi accertare i fatti prima di diffonderli? Evidentemente è ora che smetto. Questo mestiere non fa più per me.

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4 thoughts on “C’era una volta il giornalismo/ 3

  1. Si appunto.Belpietro dovrebbe saperne …e pure noi vorremmo sapere qualcosa delle sue “strane storie”.
    Comunque credo si possa definire calunnia per fini propagandistici. Feltri docet su Boffo!

      • Praticamente stravolge tutta la deontologia professionale
        credo ti coplisca in modo particolare in quanto tu dici “contano i fatti”
        ecco in fondo è un rivoluzionario ,stravolge le regole…..

  2. Sono andato a rileggere l’articolo di Belpietro.

    Girano strane voci a proposito di Fini. Non so se abbiano fondamento, se si tratti di invenzioni oppure, peggio, di trappole per trarci in inganno. Se mi limito a riferirle è perché alcune persone di cui ho accertato identità e professione si sono rivolte a me assicurandomi la veridicità di quanto raccontato e, in alcuni casi, dicendosi addirittura pronte a testimoniare di fronte alle autorità competenti. Toccherà quindi ad altri accertare i fatti.

    Pazzesco. Ma come, una volta prima di pubblicare una notizia non bisognava verificarla? Questo è davvero sparare (fango) nel mucchio.

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