La strage di Beslan attraverso gli occhi di Anna

La paura, l’orrore, l’angoscia hanno due dimensioni e due colori. Poche righe, disegnate con tratto incerto, e figure stereotipate e universali, raccontano come lo farebbe un bambino la tragedia di Beslan: settembre 2004, 1200 fra adulti e piccoli rapiti e rinchiusi dentro la palestra della scuola dell’Ossezia del Nord. Saranno 186 i bambini a non tornare più a casa. Così Francesco Matteuzzi ed Elisabetta Benfatto hanno deciso di affrontare una delle pagine della storia recente più dolorosa, una pagina che Anna Politkovskaja stava per scrivere, prima di essere avvelenata. Alla giornalista russa che ha spiegato al mondo la guerra in Cecenia e che è stata uccisa da un sicario nell’ottobre del 2006 i due autori dedicato un fumetto, “Anna Politkovskaja” (edizioni Beccogiallo). “Una sceneggiatura per fumetti non è troppo diversa da una per il grande schermo”, spiega Francesco Matteuzzi. “Il fumetto è un linguaggio narrativo. Non abbiamo voluto considerare quella di Anna una storia documentaristica, ma una storia di cronaca, questo sì”. Una vicenda difficile da trattare “perché serviva equilibrio fra una realtà storica, il rispetto dei personaggi e la vicenda personale della cronista russa”. La vita e la morte di Anna Politkovskaja sono dunque una cornice più ampia per trattare le vicende che grazie alla sua macchina da scrivere venivano diffuse su giornali e tv? “Non soltanto – risponde Matteuzzi – volevamo creare un filo conduttore per tutte queste storie”. La questione cecena, l’orrore del teatro Dubrovka e poi Beslan, che Anna Politkovskaja non ha potuto raccontare subito, in presa diretta. Come trasporre su carta un avvenimento tanto cruento e tanto crudele? “Non ce la siamo sentita di riprodurla come le altre vicende narrate nel libro. Sarebbe stato offensivo per la memoria di quei bambini che hanno perso la vita, era un fatto di gusto, non volevamo scadere nella pornografia”, spiega Francesco Matteuzzi. “Il fumetto ha un vantaggio rispetto alla carta stampata e alla televisione, ha la capacità di raccontare per metafore. In un film sarebbe stato impossibile raccontare la vicenda della scuola di Beslan senza immagini, noi abbiamo scelto di farlo come l’avrebbe fatto un bambino”. Un libro sul coraggio di Anna, sulla sua determinazione di cronista nonostante i pericoli che poi si sono tramutati in realtà. Quanto è distante il mondo in cui si è dovuta muovere Politkovskaja dall’Italia? “Il mio vuole essere un discorso che si allarga, legato non solo al nostro Paese – risponde Matteuzzi – Fare giornalismo oggi non è semplice: spesso è compiacimento, o si dicono determinate cose oppure è meglio tacere. Certo, i giornalisti non vengono ammazzati come accaduto ad Anna, ma le maglie della libertà di stampa si stanno stringendo sempre di più. Diceva Anna: ‘Quello che deve fare un giornalista è semplicemente raccontare quello che vede’. Questo libro può servire per suscitare in noi una riflessione sul ruolo e la funzione del giornalista oggi”. La Repubblica

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