Il circo mediatico

Ci mancava solo la lettera, suggerita da qualche avvocato, per fare bingo con il caso Scazzi. «Quarto grado» vive sul delitto di Avetrana, coltiva i suoi ascolti sulla ricerca di nuovi testimoni (uno è stato intervistato da Barbara D’Urso a «Pomeriggio sul Cinque»), trova una identità sulla mancanza di identità dell’assassino (Retequattro, venerdì, ore 21, 10). I problemi d’ascolto per il programma inizieranno quando sarà risolta, speriamo presto, l’intricata vicenda. Tutt’altra storia mediatica per la scomparsa di Yara Gambirasio. Per ora, a Brembate di Sopra, non ha ancora piantato le tende il circo mediatico e dei genitori della povera ragazza si sottolineano sempre la compostezza e la dignità. È inevitabile che a questo punto ci si ponga la più crudele delle domande: al di là delle psicologie, dei caratteri dei singoli e del loro diverso modo di reagire di fronte a una disgrazia, non è che ci troviamo di fronte a due culture diverse? Non c’entra niente la contrapposizione Nord/Sud (anzi, sarebbe sviante); c’entra piuttosto l’ambiente in cui uno è cresciuto, il suo rapporto con la tv (specie in assenza di altri modelli di vita), il suo habitat sociale. Tutti elementi che da anni si studiano per capire l’influenza dei media, la loro forza discriminatoria, ben sapendo che spesso la tv è l’unica occasione per avere un diritto di parola e di visibilità. Sul caso della povera Sarah Scazzi è stato consumato uno scempio: dalle prime interviste allo «zio orco» alle apparizioni di Sabrina nel salotto di Barbara D’Urso, dal fratello di Sarah ai molti interventi de «La vita in diretta ». «Chi l’ha visto?», «Porta a porta», «Matrix», «Quarto grado», tg e giornali, radio e riviste, tutti si sono buttati a capofitto su una storia così tragica e torbida. Vogliamo farla l’altra domanda? Non è che il circo mediatico si sta approfittando di persone fragili nel porre resistenze? Aldo Grasso Corriere della Sera

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