I paparazzi della violenza

João Silva era l’unico del Bang-Bang Club a non essere mai stato ferito. Ha fotografato il cadavere dell’amico Ken Oosterbroek, ammazzato da una pallottola vagante, sta a fianco di Greg Marinovich ogni volta (quattro) che viene colpito, ha accompagnato il feretro di Kevin Carter, ucciso dalle ferite che uno si porta dentro e dal monossido di carbonio esalato dal motore del suo pick-up rosso: aveva collegato una canna di gomma al tubo di scappamento. Sabato, in Afghanistan, embedded con le truppe americane per il New York Times, João Silva ha perso le gambe su una mina sepolta nella sabbia dai talebani. Il Bang-Bang Club nasce quando quattro giovani sudafricani bianchi decidono di documentare le atrocità nei sobborghi di lamiera e un settimanale di Johannesburg si inventa quel nome per i «paparazzi» della violenza. Il Bang-Bang Club muore quando muoiono due dei suoi membri. Quattro anni, tra il 1990 e il 1994, dalla liberazione di Nelson Mandela alla sua elezione, primo presidente nero del Paese. In mezzo, i premi Pulitzer, gli orrori, la desolazione e una storia che non finisce come non finiscono le guerre. A terra, dilaniato, Silva ha alimentato la leggenda del gruppo (il mito è adesso diventato film con Ryan Philippe tra i protagonisti) chiedendo ai soldati che lo soccorrevano di passargli il pacchetto delle sigarette e continuando a fotografare mentre cercavano di fermare l’emorragia. Come aveva continuato a scattare quando Oosterbroek viene centrato dal proiettile, nella township di Tokoza. L’idea che quello sia stato l’ultimo gesto per l’amico, fotografarlo da morto, l’ha tormentato. «Anch’io sono stato ferito quel giorno. João mi ha messo al riparo, poi è corso da Ken — ricorda Greg Marinovich —. Ha preso poche immagini, diciamo venti, con un’esposizione di 1/250. Su dieci minuti, vuol dire che ha fotografato per meno dell’1% del tempo. Eppure la gente si è convinta che fosse preoccupato solo di quello e non di come stessimo noi». segue

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One thought on “I paparazzi della violenza

  1. Paparazzi alla Fabrizio Corona ? Non mi pare .Drogati si probabilmente e forse pure anestetizzati alcune volte. Ma per quanto impermeabile si cerchi di rendere la propria vita, i frammenti del dolore pulsano e lacerano senza lasciare via di scampo.
    Chissa’ cosa ,chi avra’ insinuato nel loro animo questo ,a volte assurdo, bisogno di fermare la disperazione con uno scatto. Chissa’ cosa li spingeva ai confini della disperazione,cosa rincorrevano.
    E’ una storia maledetta ,una di quelle da film ;tratto dalla vita reale qualcuno dira’.Si perchè la realta’,molte volte ,vista in alcune parti del mondo porta all’inferno.

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