Viaggio, anche a piedi, di un grande cronista per le strade afghane

Pieno di incognite il tentativo di un negoziato coi Talebani, rimane incerta la data di un eventuale ritiro dall’Afghanistan del contingente americano e di quello dei suoi alleati che secondo un’incauta previsione della Casa Bianca dovrebbe avvenire entro il luglio del 2011. In realtà le ultime notizie confermano che i 140 mila uomini delle forze Nato impegnate nel conflitto stanno tuttora combattendo (e vincendo, secondo alcune fonti) nel Sud-Ovest del Paese, particolarmente nelle province di Herat e Kandahar. Per il generale Petraeus, comandante in capo americano dell’operazione, nessun ritiro è prevedibile prima del 2015, tenendo conto dei risultati finora conseguiti. Dai bollettini ufficiali risulta che dall’inizio di quest’anno sono stati uccisi 572 soldati «stranieri», mentre fra i belligeranti afghani le vittime sono, in un solo mese, 618 militari, 124 agenti della polizia e 229 civili. Contabilità dolorosa per un piccolo Paese afflitto da un lutto infinito. Quanto segue è semplicemente il diario di un cronista che per anni le ha percorse – non di rado a piedi – anche nelle contrade più remote e ha assistito alla sua lenta, implacabile agonia. Concordo con Terzani – il mai abbastanza compianto amico e collega Tiziano – quando, riferendosi alla guerra afghana, scrive che essa ha aggiunto «nuovo dolore e miseria al già stracarico fardello di disperazione della gente più magra e affamata del pianeta». Ettore Mo segue sul Corriere della Sera

Una risposta a "Viaggio, anche a piedi, di un grande cronista per le strade afghane"

  1. Persa tra le Alpi ,quasi straniera in terra italiana, tutto sembra lontano ,specialmente se si predilige per un po’, il contatto con la natura piuttosto che quello con il pc. L’allontanamento coatto stamani è stato rotto dalla lettura di questo articolo sul Corriere.
    Mi sono ritrovata a rincorrere un pensiero: cosa capivo allora quando leggevo dell’invasione sovietica in Afghanistan? Cosa pensavo di questi guerriglieri detti taleban quando ne leggevo sui quotidiani?Il pensiero vaga come lo sguardo verso il Rosengarten ma non da’ la stessa sensazione di pace ….
    Come chiedermi se il pensiero collettivo potesse produrre un contraccolpo …
    Come se pure il non pensiero producesse mostri immobili di normalita’.

    Sapevo che qui avrei trovato un riferimento a questo articolo e te ne sono grata.

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