Spie e giornalisti

8 luglio 2006

Ci sono pezzi fastidiosi da scrivere. La storia di Betulla, già. Non entro nel merito perché non sono abituato a dare giudizi sui colleghi: chi deve farlo prenderà sicuramente la decisione giusta. Faccio talmente da tanti anni il cronista che neppure sono una verginella e conosco bene, anche da vicino, i rapporti con i servizi segreti. Diciamo che c’è una bella differenza per un giornalista fra ottenere informazioni e darle (specie se a pagamento), ma è un discorso che magari faremo un’altra volta. Quel che mi preme adesso, e mi procura fastidio appunto, è di occuparmi di quel Farina che massacrò letteralmente Enzo Baldoni appena rapito (sapete com’è, stavamo insieme e capirà l’esimio collega se la prendo come un fatto personale). Con la famiglia in ansia ebbe la spudoratezza di beffeggiarlo ipotizzando anche un autorapimento. Al di là del buongusto suonano strane oggi le sue parole di allora: “Gli esperti dell’intelligence atlantica hanno molti dubbi su tutta la vicenda. Il volto del prigioniero non rivela contrazioni inevitabili per chi si trovi sull’orlo dell’abisso. Non appaiono intorno all’italiano uomini armati e mascherati. Potrebbeessere una recita”. Sapete, adesso che sappiamo dei rapporti con gli esperti dell’intelligence atlantica viene quasi da ridere. (Inciso indispensabile: Farina ha ammesso pubblicamente su Libero di aver collaborato con il Sismi, anzi lo rivendica). Lo stesso signor vicedirettore si rifarà però abbondantemente una settimana dopo descrivendo nei particolari, solo lui, il barbaro assassinio di Enzo. Oh, non da giornalista ma da uomo magari gli sarebbe potuto anche sfuggire un piccolissimo rimorso per quelle parole ingiuste, ma niente, cronista tutto d’un pezzo. Neppure una lacrima. Eppure nella lettera al direttore di stamattina vuol far vedere di possedere un’anima. L’attacco è una perla e suscita molte riflessioni. Testuale: “Quando è cominciata la quarta guerra mondiale, quella scatenata da Osama Bin Laden in nome dell’islam contro l’Occidente crociato ed ebreo, ero animato da propositi eroici. (…) La mia ambizione è sempre stata inconsciamente quella di Karol Wojtyla: lui morire nei viaggi, io sul fronte, magari in Iraq o in Qatar. Sono immodesto anche nel paragone. Vanità e protagonismo della mutua, incoscienza, ma credendoci, buttandomi tutto. Sapevi già delle mie avventure in Serbia sul filo del rischio, convinto di riuscire a raccontare meglio le cose se però risolvevo anche i problemi del mondo. Hai sempre cercato di farmi ragionare, di trattenermi. Poi di solito ti arrendi tu: non riesco a concepire altro modo di fare il giornalista. Mi ricordo la tua sfuriata di quando ero andato vicino all’Iraq senza dirti nulla, e in più scrivendo un articolo sui tagliatori di teste di un camionista bulgaro vicino al luogo del delitto”. Vogliamo cominciare con l’accostamento al Papa? Oppure dalla confusione sui teatri di guerra? In Iraq si può morire, anzi si muore, tanti reporter sono morti perché ci sono andati. In Qatar no, al massimo si può morire di noia come mi hanno raccontato molti colleghi costretti a passare mesi nel paradiso di Doha. Ma ecco la perla delle perle: “Mi ricordo la tua sfuriata di quando ero andato vicino all’Iraq senza dirti nulla”. Di quando era andato VICINO all’Iraq. Avete capito, è andato vicino all’Iraq. Ma che atto eroico. Vicino. Gente come noi, e siamo tanti, che DENTRO l’Iraq c’e’ stata per mesi e si è trovata fisicamente tra due fuochi, quello aberrante dei terroristi islamici e quello dell’arroganza americana, che cos’è? Altro che eroi, siamo martiri di questa professione. Pensate, siamo andati là a raccontare quello che succedeva. Non vicino, dentro. A capire non attraverso una telefonata a via a Nazionale, ma con l’ardire di guardare con i propri occhi. Noi giornalisti professionisti e magari qualche freelance curioso e coraggioso come Enzo che addirittura ci va gratis. Pensate, noi due quel giorno che andiamo a Najaf per vedere da vicino perché un giovane pazzo furioso come al Sadr aveva deciso di fare la guerra a tutto e a tutti. Sentirsi una bomba sotto il sederino, tremare insieme in una stradina cieca per le cannonate. Sul filo del rischio… Finalmente forse ho capito quel pezzaccio di Farina contro Enzo. Invidia, semplicemente invidia. Perché per andare lì, e non prometterlo a parole, ci vogliono le palle. Solo le palle.

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