Quei giorni ad Hammamet

Domani, 19 gennaio, ricorre il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi. Per anni ho seguito ad Hammamet la sua vicenda. Non sono mai riuscito ad incontrarlo. Solo una battuta al telefono. Gli chiesi, naturalmente, un’intervista e lui mi rispose sorridendo: “Caro, ma vai al mare, qui c’è un mare stupendo”. Questo che segue non è un pezzo politico e neppure giudiziario. E’ solo il ricordo di un uomo certamente speciale. E di un percorso professionale che comunque lascia il segno.

Ogni giorno andava sulla spiaggia. Aveva addirittura costruito con le sue mani  una capanna fatta di frasche e di canne, vicino a un villaggio di pescatori. Parlava molto con loro: di natura, di piante. Ma soprattutto andava davanti al mare perché poteva intravedere almeno il profilo della terra italiana. Oppure dipingeva, l’ultima sua grande passione. Si era messo anche a scrivere un giallo politico che poi era la sua storia, naturalmente. Prima di sera si fermava su un gradino di marmo a prendere caffè e biscotti. Spesso faceva un salto al bazar per una spremuta d’arancia prima di andare, quasi ogni sera al ristorante preferito a gustare il couscous. Una vita tranquilla, ma non spensierata. Tutti ad Hammamet lo chiamavano “zio Bettino” o più semplicemente “lo zione”. Per i più rispettosi era “monsieur le president”. Poi improvvisamente nessuno lo ha più visto in giro. Per la malattia che avanzava, certamente, ma anche per la paura di attentati, dopo che a Tunisi avevano fermato un tizio  pronto a ucciderlo. Così da quel momento, più o meno dall’estate del ’95, evitava passeggiate e se ne stava rinchiuso dentro la casa bianca in collina, protetto da decine di poliziotti e dalle “tigri” del suo grande amico Ben Alì. Quasi impossibile avvicinarlo, ma rispondeva personalmente  al telefono, quando il telefono non era occupato a spedire fax, usati come terapia. Il cosidetto bunker lo si poteva riprendere solo da lontano, rischiando l’ira dei guardiani. Chi è stato dentro racconta di una piscina senz’acqua, di una vecchia Range Rover, di cimeli di Garibaldi, di una delle teste false di Modigliani, e di molte foto della famiglia. Erano ammessi solo gli amici strettissimi mentre ogni giorno gli arrivavano leccornie italiane dai suoi sostenitori. In tutto, Craxi è stato in Tunisia per 2074 giorni, da metà maggio del ’94 fino a quando è morto, all’inizio del 2000. Gli ultimi mesi della sua vita sono stati un autentico inferno, passati da un ospedale all’altro tra analisi e interventi chirurgici: la clinica Tafik e poi La Violettes fino all’ospedale militare. Una grave forma di diabete aveva attaccato un rene e indebolito il cuore. Il calvario comincia a settembre, nel ’99. Prima operazione per evitare una cancrena, a novembre una crisi cardiaca, poi l’esportazione del rene destro, fino al ricovero nell’ospedale militare, a dicembre, con tutta la stampa internazionale sotto le finestre. I fedelissimi tentano una trattativa, cioè di trovare una soluzione umanitaria, trasferendo Craxi a Milano per essere operato in una struttura più attrezzata. Il dibattito è acceso, ma è lo stesso leader socialista a troncare ogni possibilità. “Meglio morire qui, libero” fu la sua frase diventata storica. Morì al tramonto dopo aver bevuto una tazza di the alla menta con la figlia Stefania, il 19 gennaio del 2000, un mese prima di compiere 66 anni. I funerali in cattedrale, a Tunisi, sono solenni. Ci sono dieci minuti ininterrotti di applausi e lanci di garofani. Nell’omelia il vescovo Fout Twal cita dal vangelo “i perseguitati della giustizia”. E’ sepolto dietro le mura della Medina, dove andava a passeggiare con la moglie Anna, una buca scavata nella sabbia. La tomba rivolta verso l’Italia.

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