Telejato, al fronte

“Papà, vatti a sedere!”. Nella stanzetta al secondo piano di questa strada stretta e dall’antica pavimentazione, Letizia urla al padre, Pino Maniaci. Deve correre Pino, il lungo Tg di Telejiato riprende e lui ancora s’attarda al montaggio del servizio che è in scaletta dopo il passaggio in studio. La sede di Telejato è tutta qui. Si sale una scala stretta e ripida, si supera il pianerottolo del primo piano, si varca la porta e ci si trova in studio, la stanza di centro di questo piccolo appartamento di paese. Un tempo,  sarà stata la stanza del giorno, dove si mangiava, si discuteva delle cose del paese, delle fortune e delle sfortune di chi era partito e di chi era rimasto. Adesso, se  il tg è in corso, si deve fare silenzio, chi arriva deve aspettare sul pianerottolo perché altrimenti  dovrebbe passare davanti la telecamera puntata su Pino. E si deve fare silenzio anche in strada perché un nome urlato, un saluto chiassoso, la voce alta di un venditore entrerebbero dritto dritto  nel microfono del conduttore. Giù, in strada, dopo le  minacce, le intimidazioni e il recente pestaggio di Pino Maniaci, di tanto in tanto passano i carabinieri. Si fermano, salgono a salutare Pino, si guardano attorno e si danno un arrivederci con Pino, Letizia e gli amici che fanno compagnia alla minuscola, battagliera redazione di questa televisione che resiste. Il paese è Partinico, 30mila anime,  brava gente, laboriosa, capace di indignarsi,  gente di solide radici nella storia del movimento democratico per il lavoro. Poi, tra loro, oggi come ieri e l’altro ieri, le anime  anime nere che non ci dormono per la testardaggine di Telejato a denunciare le malefatte e gli intrecci tra mafia, soldi e politica.  Articolo21

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