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La rivolta tibetana ha innescato una serie di reazioni difensive del governo cinese. È iniziata la guerra dell’informazione per cercare di limitare i danni all’immagine della Repubblica popolare in vista delle Olimpiadi. E come in ogni guerra, la prima vittima è la verità. All’interno della Cina i mezzi d’informazione hanno ignorato la manifestazione pro-Tibet durante l’accensione della fiaccola olimpica in Grecia. Le immagini sono state ripulite, mentre il ministro degli Esteri Qing Gang ha definito “vergognosa” la protesta inscenata dagli uomini di Reporters san Frontieres. L’ultimo divieto è quello di ogni tipo di ripresa televisiva di piazza Tienanmen, invisibile fino all’inizio delle Olimpiadi. L’obiettivo è chiaro: il governo teme proteste improvvise e vuole oscurare un palcoscenico prediletto dai manifestanti. La tv nazionale trasmette solo immagini degli assalti ai negozi cinesi e musulmani del centro di Lhasa. Un marcia indietro quella di Pechino rispetto ad alcuni progressi degli ultimi anni nei confronti della libertà di informazione dei mass media esteri. Dall’inizio del 2007 il regime aveva allentato i controlli, eliminando l’antica norma che imponeva di segnalare gli spostamenti nelle province e chiedere l’autorizzazione per i reportage. I mass media occidentali adesso vengono accusati di difendere i monaci tibetani e tutte le zone dove è in atto la rivolta restano, infatti, chiuse ai reporters stranieri. Anche se l’ipotesi del boicottaggio non andrà in porto, Pechino ad agosto riceverà mezzo milione di turisti, diecimila atleti e ventimila giornalisti in un clima meno sereno del previsto. Verranno messi alla prova i metodi con cui in questi anni le autorità cinesi si sono preparate ad affrontare la stampa estera durante i giochi. Per far fronte alle domande “indiscrete” dei giornalisti, ha scelto una soluzione originale: ha mandato alti dirigenti a studiare nelle Università americane per imparare a gestire la stampa in situazioni di tensione ed emergenza. Un’immersione nelle tecniche di comunicazione usate dai governanti statunitensi nei rapporti con i mass media. Tra le materie di studio: “Cosa vorranno sapere i giornalisti inviati a Pechino?” più vari seminari sul primo emendamento della costituzione americana sulla libertà di espressione. Immediate le proteste degli americani che hanno accusato l’università di Harvard di insegnare ai cinesi come eludere le domande più imbarazzanti.  ATENEONLINE

Ilia Shurpaiev teneva un blog. L’ultimo post era stato rabbioso, aveva appena saputo di essere stato messo in una sorta di lista nera. “Così ora sarei un dissidente? Che stupidaggine! Non ho mai fatto politica, neanche a livello di piccoli enti locali, perchè sono troppo pigro e non ho mai tempo, sono solo un giornalista. Certo è che non mi piace girare la testa dall’altra parte e far finta di non vedere cosa  succede“. Neanche ventiquattr’ore e il corpo di Ilia, trentatré anni, originario del Daghestan, inviato del primo canale televisivo del Caucaso russo, è stato trovato in una camera di Mosca con ferite da taglio e una cintura attorno al collo. Strangolato. Lo stesso giorno, quasi alla stessa ora, a Makhatchkala, capitale del Daghestan, è stato ucciso a colpi di pistola mentre era in auto Gadji Abachilov, direttore di una tv locale. Ancora due vittime dunque del fragoroso silenzio intorno al problema ceceno. La lista dei giornalisti scomodi uccisi presumibilmente su commissione è molto lunga: almeno quaranta dopo il crollo dell’Unione Sovietica, quattordici nell’era Putin. La caratteristica comune è l’assenza totale di indagini, come nel caso di Anna Politkovskaia. “Sasha lo diceva spesso ad Anna, non capisci che a ogni articolo ti condanni a morte? E nessuno ti potrà aiutare qui in Russia” mi confidò una sera Marina, la vedova di Livtinenko, ospite del Tg1.  Come fu addirittura annunciato il delitto di Antonio Russo. Ho avuto il privilegio di conoscere la madre, a Francavilla. “Voi siete tutti matti, è vero che siete tutti matti?” mi disse in faccia, con l’orgoglio sfacciato di ricordare un figlio coraggioso. “Che siate però benedetti. Le infamie hanno bisogno del buio, voi giornalisti potete portare la luce della verità”.

Nel blog di Shurpaev c’e’ un link che racconta la storia del settimanale “Il tempo presente”. Era dedicato alla libertà della stampa nella repubblica caucasica. Il primo numero non è mai uscito in edicola. Lo hanno chiuso nel giro di 48 ore. Il comitato di redazione si è rivolto alla magistratura con un esposto che denunciava soprusi dell’editore, pressioni subite dai giornalisti, intimidazioni e minacce. Sia Abashilov che Shurpaev collaboravano col “Tempo presente”. La rivolta del settimanale ha contagiato altre redazioni. Un altro quotidiano di Mahackala ha proposto di pubblicare le inchieste del settimanale chiuso. Termina qui il blog di Ilias Shurpaev. Visitatissimo in queste ore. Parlava dell’amore tormentato per la moglie Matilde, prendeva in giro i coetanei rimasti a Mahackala alle prese con la globalizzazione entrata prepotentemente tra i monti del Caucaso…Aveva anche una consapevolezza limpida di ciò che sta accadendo in Daghestan.Una repubblica al confine con la Cecenia, la futura polveriera del dramma del Caucaso ai tempi del secessionismo ad effetto domino e interessi energetici. A seguire l’inchiesta sul duplice omicidio dei due giornalisti sarà il procuratore generale Jurij Chajka che deve ancora individuare i mandanti dell’assassinio di Anna Politkovskaja.  Maria Magarik

Telejato, al fronte

“Papà, vatti a sedere!”. Nella stanzetta al secondo piano di questa strada stretta e dall’antica pavimentazione, Letizia urla al padre, Pino Maniaci. Deve correre Pino, il lungo Tg di Telejiato riprende e lui ancora s’attarda al montaggio del servizio che è in scaletta dopo il passaggio in studio. La sede di Telejato è tutta qui. Si sale una scala stretta e ripida, si supera il pianerottolo del primo piano, si varca la porta e ci si trova in studio, la stanza di centro di questo piccolo appartamento di paese. Un tempo,  sarà stata la stanza del giorno, dove si mangiava, si discuteva delle cose del paese, delle fortune e delle sfortune di chi era partito e di chi era rimasto. Adesso, se  il tg è in corso, si deve fare silenzio, chi arriva deve aspettare sul pianerottolo perché altrimenti  dovrebbe passare davanti la telecamera puntata su Pino. E si deve fare silenzio anche in strada perché un nome urlato, un saluto chiassoso, la voce alta di un venditore entrerebbero dritto dritto  nel microfono del conduttore. Giù, in strada, dopo le  minacce, le intimidazioni e il recente pestaggio di Pino Maniaci, di tanto in tanto passano i carabinieri. Si fermano, salgono a salutare Pino, si guardano attorno e si danno un arrivederci con Pino, Letizia e gli amici che fanno compagnia alla minuscola, battagliera redazione di questa televisione che resiste. Il paese è Partinico, 30mila anime,  brava gente, laboriosa, capace di indignarsi,  gente di solide radici nella storia del movimento democratico per il lavoro. Poi, tra loro, oggi come ieri e l’altro ieri, le anime  anime nere che non ci dormono per la testardaggine di Telejato a denunciare le malefatte e gli intrecci tra mafia, soldi e politica.  Articolo21

(…) L’intera Baghdad è zona rossa, cioè a rischio autobomba o agguati militari o  rapimento per giornalisti o funzionari occidentali. La zona verde, quella delle ambasciate, delle basi americane, dei due bar per truppe Usa, della sede ONU  e del sopravvissuto Hotel Al Rasheed, è in realtà un fortino di poche miglia quadrate, controllato da autoblindo armate ed elicotteri, con check-point da 3-4 controlli e lunghi anche 500 metri,nei quali i mitra sono sempre con il colpo in canna, in questo momento controllati da soldati “mercenari” peruviani oppure  iracheni sempre molto nervosi e sospettosi, soprattutto la sera e di notte. Quindi gli iracheni sono tutti, o quasi, nelle zone a rischio, noi atterriamo con l’elicottero in una zona che si attraversa da una parte all’altra in pochi minuti, con strade semivuote e poche abitazioni dove la gente vive quasi con vergogna perché è additata come possibile “collaborazionista”. (…) Articolo21

Il governo di Kabul ha inviato una protesta ufficiale a Teheran per la detenzione di Ali Mohagheghnasab, il giornalista afghano arrestato tre settimane fa a Qom. La protesta afghana giunge dopo il fallimento di tutti i tentativi dell’ambasciata di Kabul a Teheran di incontrare il giornalista. Nemmeno la moglie iraniana di Mohagheghnasab è riuscita a vedere il marito, il cui arresto rimane circondato ancora da mistero. Mohagheghnasab aveva avuto problemi anche in Afghanistan, dopo la pubblicazione di un suo articolo, in cui si criticava la condanna a morte di musulmani che abbandonavano l’islam per abbracciare altre fedi. Alcuni ulema, capi religiosi, lo avevano accusato di eresia chiedendo per lui la pena di morte, ma il tribunale aveva rigettato le accuse e assolto il giornalista, che si era già rifugiato in Iran durante il governo dei Taliban. Al momento dell’arresto il giornalista era rientrato a Qom, per riportare a Kabul moglie e figli. ADNKRONOS

Morire per raccontare

Giace a terra Kenji Nagai, il fotoreporter giapponese della Afp, colpito a morte dalla polizia birmana. Prima di spirare ha ancora la forza di fare l’ultimo scatto. Nagai, 52 anni, è stato colpito da spari nei pressi della pagoda di Sule, dove manifestavano oltre diecimila persone. A documentare il momento drammatico della sua morte è un collega della Reuters. Vedete proprio il momento del suo assassinio: ferito  sta ancora fotografando quando un poliziotto passando gli spara a morte. Resta a terra esanime mentre i militari birmani corrono ad accanirsi sulla folla. Sembra che sia stato ucciso anche un reporter tedesco, ma la notizia non è confermata.  In Birmania caccia ai giornalisti stranieri

Permettetemi una nota personale. Spesso la nostra categoria è attaccata, non rispettata, derisa. A tavolino si fanno analisi e si fanno le pulci al rimborso spese come se i soldi (ma neppure è vero: guadagniamo quanto quelli che seguono Miss Italia) servissero a cacciare paure e pericoli. Basterebbe questa foto per capire il destino di un reporter. Quell’estremo atto di testimonianza è doloroso e commovente. Un simbolo di una categoria a cui mi sento fiero di appartenere. Forse adesso qualche imbecille capirà perchè divento una bestia quando si attacca chi fa il mio mestiere. Quest’immagine dà il senso fisico dei rischi. Non è un film: quel fotografo coreano, nè più ragazzino nè eroe, è morto davvero. Facendo come ultimo atto quello che ha sempre fatto: raccontare una strage, i mali del mondo. Per me in qualche modo è normale. Sto a Kabul, semplicemente a lavorare. Ma basta uscire e la tua vita è in mano a chi sta molto, ma molto più in alto di noi.  Basterebbe anche la caccia che i birmani danno ai giornalisti per capire l’importanza dei testimoni. Sono scomodi, scomodissimi. Se non ci fossero stati i reporter nessuno saprebbe adesso cosa sta succedendo, il massacro. La cosa ignobile è che tutti vogliono sapere tutto ma poi sono contro la categoria degli inviati: se non ci fossero loro come potrebbero sapere e discutere? Purtroppo ci sono i cretini anche fra noi, come il direttore di Libero che si permette di dire che “è uguale stare a Milano o a Baghdad”. Certo, così sarebbe tutto omologato con un paio di telefonate alle fonti, cioè ai padroni del mondo. Le testimonianze forti che invece arrivano dalla Birmania stanno indignando tutti e forse questa carneficina di un regime protetto dai grandi finirà. Non invidio per niente i colleghi, coraggiosissimi, che stanno adesso a Rangoon.

Baldoni e i pirlacchioni

Enzo Baldoni visto da Mauro Biani 

Ci sono pezzi fastidiosi da scrivere, dicevo l’anno scorso quando finalmente un giornalista-spia è stato cancellato da giornalista ed è rimasto soltanto spia: anzi, nemmeno quello perché senza copertura non serve più a nessuno. Il pezzo diventa molto difficile quando la concomitanza dell’anniversario esaspera dolore e rabbia. Il cielo sa quanto è stata ignobile la campagna di un giornale contro Enzo. Parole cattive senza anima né pudore buttate giù proprio durante l’angoscia (l’annuncio del rapimento) e ribadite, volgarmente rafforzate addirittura dopo, quando Enzo è stato ucciso. Un’amica del Betulla mi ha scritto una volta che lui si è pentito, che ci ha sofferto. Non mi pare, non esiste da nessuna parte un segno di quello che io chiamerei di ravvedimento. I suoi scritti sono sempre stati così duri da risultare patetici, come quando si paragona al Papa santo e s’inorgoglisce di aver “sfiorato” l’Iraq. Gliel’ho già detto: questione di palle. Certo, non è tutta colpa sua se ha un direttore che rilancia le sue parole ignobili duettando con quell’altro buontempone di Fede che quando faceva l’inviato stava a mille chilometri dall’evento. Bella razza di eroi, capaci di dire in televisione (lo ha ribadito di recente durante il sequestro Mastrogiacomo) che è inutile andare sui posti, da Milano si scrive uguale. Certo, quando hai un vice che telefona alle spie. A noi poveri cronisti tocca andare lì per raccontare, rischiando la vita. Ho già scritto troppo. Tornerò a occuparmi di Betulla, sul libro paga di quelle spie che non sono riuscite a salvare Enzo, perché proprio certe sue parole hanno probabilmente un significato e forse spiegano in parte cos’è realmente successo. Come quando, proprio tre anni fa, scrive che il rapimento forse è finto (dunque il Sismi si è mosso tardi perché non ci credeva) e quando descrive, solo lui, il video dell’esecuzione in maniera così dettagliata da pensare che il racconto viene da qualcuno che l’ha visto e conosce la verità. Certa gente non merita altro spazio. Per cui mi limito a mettere una vignetta del solito impareggiabile Mauro Biani che è un inno all’intelligenza e all’ironia. E’ la migliore risposta agli sciacalli. Sciacalli? Ma no, avrebbe minimizzato, Enzo:  solo “pirlacchioni”.

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