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Archivio per la categoria ‘cina’

Licenziato per aver detto la verità

La storia risale a quasi un mese fa. Un ragazzino di quindici anni, Deng Shenshang, chiuso dai genitori in un campo di rieducazione per “drogati del web” che in meno di 24 ore viene riconsegnato cadavere alla famiglia, pestato a sangue dai pedagoghi-carcerieri che hanno punito senza pietà il rifiuto di correre per 5 chilometri. Il caso ha suscitato un clamore ampiamente riportato sui media cinesi, ha sollecitato la corsa dei geniori a ritirare i figli dalle strutture cui li avevano affidati a caro prezzo. Poi gli arresti e l’indignazione delle autorità, con il ministero della Sanità a sottolineare che delle 400 strutture private in Cina nessuna ha l’autorizzazione governativa per operare. La coda della vicenda, però, è comunque fosca. Il reporter che più di tutti ha lavorato sulla storia, Liu Yuan, vicedirettore del Nanguo Morning Post e responsabile del suo sito web, è stato rimosso dai suoi incarichi. Come lui un altro reporter. la decisone proviene dai vertici della propaganda delle Regione Autonoma del Guangxi che imputano all’eccessiva copertura mediatica sulla tragedia del giovane Deng una cattiva luce su tutta l’amministrazione provinciale. Un altro reporter di una seconda testata ha subito lo stesso trattamento.  segue

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Ancora bloggers in prigione

CINA. Sono ancora in carcere i sei blogger (You Jingyou, Fan Yanqiong, Wu Huaying, Guo Baofeng, Qun Huanhui e sua moglie), arrestati a fine giugno 2009 dalle autorità della provincia di Fujian (sud-est del Paese) con l’accusa di “diffamazione” e “alto tradimento”. I blogger avevano pubblicato degli articoli su una ragazza, Yan Xiaoling, che sarebbe morta, l’11 febbraio 2008, a seguito di uno stupro collettivo. I blogger arrestati avevano, nei loro articoli, riportato le prime dichiarazioni degli infermieri che avevano soccorso la vittima e che parlavano di morte per forte emorragia dovuta allo stupro di almeno cinque o sei persone. Dati contestati dalle autorità locali che avevano subito dichiarato che nessuna violenza era stata inflitta a Yan Xiaoling. Affermazioni che avevano chiuso un’inchiesta mai aperta. Nessuno risulta imputato. Ai sei blogger in carcere è stata recentemente vietata una visita de i loro avvocati in base all’articolo 96 della seconda sezione del codice penale, secondo il quale le autorità possono impedire l’incontro tra l’avvocato e il suo cliente, se si tratta di un caso che può riguardare un segreto di Stato.

AZERBAIJAN. Funzionari dell’Unione Europea in visita in Azerbaijan hanno protestato per l’arresto di due blogger dell’opposizione, un’occasione colta dai gruppi umanitari che hanno manifestato la loro preoccupazione per le restrizioni alla libertà di opinione nella repubblica caucasica. “Ho informato il presidente Ilham Aliyev circa la nostra preoccupazione per l’arresto di questi giovani attivisti”, ha detto ai giornalisti il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt, a capo della delegazione europea in missione nel sud del Caucaso, lasciando Baku. Bildt ha anche confermato che gli ambasciatori dei 27 paesi membri dell’Ue hanno inviato un comunicato alle autorità “esprimendo la propria preoccupazione circa le condizioni dei diritti umani e delle libertà in Azerbaijan”. Adnan Hajizade, blogger e membro del gruppo “OL!”, contrario al governo, è stato arrestato insieme all’attivista Emin Milli in un cafè di Baku lo scorso otto luglio con l’accusa di teppismo. I legali dei due giovani hanno risposto che i due sono stati aggrediti senza aver accennato alla minima provocazione. I gruppi per i diritti umani sostengono che le accuse siano state montate ad arte per colpire gli attivisti – che postano i loro articoli sul social network Facebook – per le loro critiche nei confronti del governo dell’ex repubblica sovietica, importante fornitore di petrolio e gas per l’Occidente. A Ginevra, dove il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha cominciato una due giorni di audizioni proprio sull’Azerbaijan, il gruppo, con sede a Londra, l’associazione ‘ Article 19′ ha accusato il governo di Baku “di abusi sistematici del diritto alla libertà di espressione”. Facendo riferimento ad un caso del 2005, ancora irrisolto e riguardante l’uccisione di un reporter e altri incidenti, il gruppo ha parlato di “un clima di impunità, che pervade l’Azerbaijan, per i crimini contro coloro che lavorano nei media e nei gruppi che difendono i diritti umani”. I giornalisti che sollevano delle critiche sono stati spesso “attaccati, perseguitati e arbitrariamente arrestati”. “Questo non è il primo caso nel quale le autorità azere hanno utilizzato delle accuse di reati criminali per mettere a tacere le voci dissidenti”, ha fatto sapere Amnesty International in un comunicato diffuso lo scorso venerdì.

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Censura cinese

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Siti cinesi oscurati: “in manutenzione”. Link

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Silenzio su Tienanmen

Si può ricordare un anniversario simbolico per la libertà e la democrazia censurando tutte le fonti d’informazione del Paese? In Cina si può: per il ventesimo anniversario del massacro di Tienanmen, compiuto dall’esercito cinese nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, Pechino si è chiusa nel silenzio ufficiale, ha serrato l’accesso alla storica piazza, ha aumentato la censura su Internet e ha rafforzato le restrizioni sugli attivisti. La giornata è particolare nella capitale, dove parlare in pubblico del massacro continua ad essere un tabù. Attorno alla piazza i poliziotti perquisiscono chi si avvicina alla zona.  Un massiccio schieramento di poliziotti in divisa e in borghese controlla oggi ogni angolo di Piazza Tienanmen. La zona, piena di turisti come di consueto, è però proibita ai giornalisti.  segue

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Condannato dissidente cinese

L’attivista per i diritti umani Hu Jia, uno dei principali contestatori della politica cinese in Tibet, è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere per istigazione a sovvertire i poteri dello Stato: questa la sentenza pronunciata dalla Prima Corte Intermedia di Pechino. Un verdetto che ha acceso le polemiche internazionali nei confronti della Repubblica Popolare, accusata di voler mettere a tacere i dissidenti in vista dei Giochi Olimpici dopo la brutale repressione nella regione himalayana.

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Cina, la guerra dell’informazione

La rivolta tibetana ha innescato una serie di reazioni difensive del governo cinese. È iniziata la guerra dell’informazione per cercare di limitare i danni all’immagine della Repubblica popolare in vista delle Olimpiadi. E come in ogni guerra, la prima vittima è la verità. All’interno della Cina i mezzi d’informazione hanno ignorato la manifestazione pro-Tibet durante l’accensione della fiaccola olimpica in Grecia. Le immagini sono state ripulite, mentre il ministro degli Esteri Qing Gang ha definito “vergognosa” la protesta inscenata dagli uomini di Reporters san Frontieres. L’ultimo divieto è quello di ogni tipo di ripresa televisiva di piazza Tienanmen, invisibile fino all’inizio delle Olimpiadi. L’obiettivo è chiaro: il governo teme proteste improvvise e vuole oscurare un palcoscenico prediletto dai manifestanti. La tv nazionale trasmette solo immagini degli assalti ai negozi cinesi e musulmani del centro di Lhasa. Un marcia indietro quella di Pechino rispetto ad alcuni progressi degli ultimi anni nei confronti della libertà di informazione dei mass media esteri. Dall’inizio del 2007 il regime aveva allentato i controlli, eliminando l’antica norma che imponeva di segnalare gli spostamenti nelle province e chiedere l’autorizzazione per i reportage. I mass media occidentali adesso vengono accusati di difendere i monaci tibetani e tutte le zone dove è in atto la rivolta restano, infatti, chiuse ai reporters stranieri. Anche se l’ipotesi del boicottaggio non andrà in porto, Pechino ad agosto riceverà mezzo milione di turisti, diecimila atleti e ventimila giornalisti in un clima meno sereno del previsto. Verranno messi alla prova i metodi con cui in questi anni le autorità cinesi si sono preparate ad affrontare la stampa estera durante i giochi. Per far fronte alle domande “indiscrete” dei giornalisti, ha scelto una soluzione originale: ha mandato alti dirigenti a studiare nelle Università americane per imparare a gestire la stampa in situazioni di tensione ed emergenza. Un’immersione nelle tecniche di comunicazione usate dai governanti statunitensi nei rapporti con i mass media. Tra le materie di studio: “Cosa vorranno sapere i giornalisti inviati a Pechino?” più vari seminari sul primo emendamento della costituzione americana sulla libertà di espressione. Immediate le proteste degli americani che hanno accusato l’università di Harvard di insegnare ai cinesi come eludere le domande più imbarazzanti.  ATENEONLINE

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