Beccata! E per giunta dai lettori del web. Uno scivolone rumoroso, quello dell’editorialista del «New York Times» Maureen Dowd, 57 anni, un Pulitzer e una penna intinta nell’acido prussico. Atteso da chissà quanto nella “Washington-che-conta”, sempre attenta a schivare le sue taglienti parole. È successo domenica con l’ultima rubrica dedicata a Dick Cheney. Un intero paragrafo (ora emendato con la citazione della fonte) è risultato tratto, parola per parola, dal blog di un collega molto meno noto. Di fronte alle vibrate proteste della comunità web, la Dowd ha ammesso l’errore, scrivendo tuttavia all’«Huffington Post» (altro celebre blog) che il suo non era il più classico dei “copia&incolla”: la frase incriminata le sarebbe stata riferita da un amico. E dire che in rete ci sono degli ottimi programmi di «caccia al plagio»: si inserisce la frase e in pochi secondi si vede se è farina del sacco altrui. Software usati dai docenti per verificare i compiti degli studenti. Se venissero applicati anche in Italia e ai libri le sorprese non mancherebbero: è già capitato per il filosofo Umberto Galimberti, per il critico Vittorio Sgarbi, per la scrittrice Melania Mazzucco. Sorprese oppure diremmo meglio – conferme? E già. Perché se con le note musicali può capitare che la sequenza ripetuta possa essere dovuta anche alla casualità, con le parole il dolo è molto più facilmente dimostrabile, anche se gli avvocati ci vanno con i piedi di piombo. «I casi sono in aumento da quando esiste internet», spiega l’avvocato Caterina Malavenda. Ma bisogna stare attenti: perché il plagio sia dimostrato non basta ricopiare qualche frase – la qual cosa disturba solo l’immagine dell’autore, come nel caso della Dowd -: bisogna che venga riprodotta anche l’idea. È per questo che i grandi successi letterari vengono prima o poi accusati di essere plagi di opere precedenti e, ovviamente, sconosciute. Vi ricordate il caso del “Codice da Vinci”? Dopotutto le recenti querelle italiane (la Mazzucco accusata di scopiazzare Tolstoj, Sgarbi beccato a parlare di Botticelli per bocca di un meno glorioso fascicolo dei «Maestri del colore», Galimberti che fotocopia ampi stralci dell’opera della sua collega Giulia Sissa) si sono concluse con un polverone giornalistico e non nelle aule di un tribunale: semmai, con il ritiro imbarazzato del libro e un brutto colpo alla reputazione. Ma diceva Enzo Biagi: «Quando trovi un’edizione pirata di un tuo libro o ti accusano di averne copiato un altro, vuol dire che sei arrivato». I “copioni” tornano nelle storie letterarie. Emilio Salgari non andava tanto per il sottile; persino Erasmo da Rotterdam non sembra essere immacolato. Dino Buzzati, che per tutti era il Kafka italiano, era disperato: «È stata la mia croce. Alcuni critici ravvisavano delle affinità con lui persino quando scrivevo un telegramma». La giornalista del «New York Times» ha torto e lo ha riconosciuto. L’incidente finirà lì. Certo è entrata di diritto nel club delle facce di bronzo. Stefano Salis (“Il Sole 24 Ore”)
Faccia di bronzo
20 Maggio 2009 di pinoscaccia