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Bisogna essere pronti, spigliati e di bella presenza. Il conduttore televisivo non si sceglie solo per la sua preparazione. Non per niente Alberto Sordi, alias Guglielmo il Dentone, poteva recitare a menadito i più complicati scioglilingua, ma veniva scartato per il suo difetto fisico. In Gran Bretagna, però, almeno per una settimana, il canale Five sta sperimentando un nuovo giornalista alla conduzione. James Partridge, sfigurato in viso dopo un incidente stradale avvenuto quando aveva 18 anni, da lunedì a domenica lancerà i servizi del mezzogiorno. In realtà Partridge è il presidente dell’associazione Changing Faces, che ha promosso una campagna contro i pregiudizi nei confronti delle persone che hanno dei difetti fisici. Il messaggio che vogliono rivolgere ai telespettatori è di non abbassare gli occhi e di non cambiare canale. E da un sondaggio, commissionato proprio da Five News prima di mandare in onda il volto di Partridge, pare che il 64% degli intervistati abbia assicurato che continuerebbe a vedere il notiziario, il 44% apprezzerebbe in toto la scelta. Mentre un quinto ha dichiarato che non sosterrebbe la sfida e si sentirebbe male davanti a un presentatore «non presentabile». Winnie Coutinho, responsabile della campagna di Changing Faces ha dichiarato che «la televisione può giocare un ruolo importante nell’accettazione della diversità e nella rottura di alcuni pregiudizi. Non dimentichiamo che queste persone hanno subito traumi e violenze. E non sono dei mostri, sono persone che hanno lottato più di altre». In Gran Bretagna sono 500 mila le persone che hanno un difetto al viso rilevante sotto il profilo psicologico o sociale. «Mettendoci la faccia per 5 minuti ogni giorno – ha commentato James Partridge – sarò in grado di sfidare le persone a essere consapevoli dei loro limiti culturali anche inconsci. Alla fine dobbiamo essere informati, non intrattenuti». L’editore del telegiornale, David Kermode ha assicurato che «James è un valore aggiunto al nostro programma di informazione e tutti siamo interessati a creare con lui un dibattito sulla questione sociale».  Il video

L’ultimo è Gianni Lannes, direttore del giornale online ‘Terranostra’, impegnato in inchieste su navi dei veleni e inceneritori. La sua auto è saltata in aria venerdì scorso a Orta Nuova, a 23 chilometri da Foggia. A luglio gli avevano messo a fuoco un’altra auto. Prima di lui Alessandro Bozzo di ‘Calabria Ora’, Angelo Civarella della ‘ Gazzetta del Mezzogiorno’, Josè Trovato del ‘Giornale di Sicilia’. Cinque solo nell’ultimo mese. Attentati, minacce, intimidazioni. Sono oltre quaranta i giornalisti nel mirino delle mafie. Giornalisti, non eroi. Dieci, quelli che vivono sotto scorta. Li ha documentati, a luglio, il “Rapporto Ossigeno per l’informazione” sui giornalisti minacciati e le notizie oscurate. E da quando i loro nomi sono apparsi il numero di quelli che raccontano è aumentato. «Non bastano gli allarmi» dice Alberto Spampinato, quirinalista dell’Ansa e fratello di Alberto, ucciso nel 1972 per le inchieste pubblicate da l’Ora di Palermo su eversione nera, malavita e mafia. «L’idea del Rapporto è nata dalla mia esperienza, emblematica delle storie di altri giornalisti uccisi, 11 in quarant’anni, e delle dinamiche che si riproducono nelle vicende, più note di quelli che stanno vivendo sotto scorta». Il fenomeno è più esteso di quanto si possa dedurre. «Riguarda soprattutto i cronisti impegnati nei territori a forte radicamento mafioso ma è un problema che si riflette sull’informazione nazionale: le mafie usano la violenza per proteggere i propri affari impedendo che le notizie arrivino all’opinione pubblica». L’attenzione si accende quando scoppiano casi come quello di Roberto Saviano, Lirio Abbate, Rosaria Capacchione o Pino Maniaci. I più, però, non superano la gerarchia di notizia locale. Neppure quando il Tribunale di Napoli condanna due camorristi denunciati da Arnaldo Capezzuto per le intimidazioni subite durante un processo, come è accaduto la scorsa estate. Le inchieste degli anni ‘ 80 non si fanno più», continua Spampinato. «La stampa nazionale ha abbassato la guardia. E questo permette alle mafie di intervenire sugli affari in corso, cercando di zittire chi li porta alla ribalta. Non basta segnalare i nomi, gli attentati». Alcune di queste storie le hanno raccolte Roberto Rossi, redattore di Problemi dell’informazione, e Roberta Mani, caporedattore di Studio Aperto, in un documentario, Avamposti appunto, realizzato in Calabria. Otto storie in quaranta minuti. Da Gioia Tauro, Vibo Valenzia, Crotone ma anche da piccoli centri come Cinquefondi, parlano i cronisti dell’Ora di Calabria, della ‘ Gazzetta del Sud’, del ‘ Quotidiano della Calabria’. Angela Corica, 25 anni e 5 pallottole contro la sua auto per un’inchiesta sui rifiuti. Leonardo Rizzo, 3 bottiglie molotov e sei bossoli sulla finestra, Agostino Pantano, le gomme dell’auto tagliate. Antonio Sisca, lettere e bossoli per i suoi pezzi sulle morti di lupara bianca. Dimostrano come non sia necessario cercare lo scoop. Basta raccontare la cronaca. Imbattersi in un edificio fatiscente in centro città, sotto gli occhi di tutti, e chiedere perché da dieci anni nessuno riesce a espropriarlo, come ha fatto Giuseppe Baglivo: 33 anni e due bossoli in una busta per i suoi articoli su un palazzo divorato dai rovi a Vibo Valentia.

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«Non picchiatemi. Sono soltanto una blogger». Yoani Sanchez risponde con l’ironia alle violenze subite durante un fermo per la sua attività di blogger a Cuba. Il blog

sanchez_B1--180x140La blogger cubana Yoani Sanchez ha denunciato oggi di essere stata vittima di un «sequestro» con «molta violenza fisica e verbale» da parte di agenti della Sicurezza dello Stato. Secondo quanto ha detto la Sanchez all’agenzia Ansa, due persone in borghese hanno impedito a lei e ad Orlando Luis Pardo, anche lui blogger, di partecipare ad una manifestazione contro la violenza costringendoli a salire su una macchina privata. Mezz’ora dopo sono stati «lanciati» dall’auto per strada, lontano da dove sarebbero stati arrestati. «Pensavo che non ne sarei uscita viva. Mi hanno tolto i vestiti, mi hanno messo le gambe verso l’alto e la testa in giù per caricarmi in macchina», ha raccontato. «Con un ginocchio mi facevano forza contro il petto e io gli stringevo i testicoli. Poi mi hanno picchiato in testa». Tutto questo sarebbe successo dentro la vettura, nella quale una persona guidava e altre due picchiavano, secondo la Sanchez, autrice del blog Generacion Y. «È stato un sequestro nel peggior stile della camorra. Mi hanno detto: Fino a qui sei arrivata. Non farai più niente». Nello stesso momento un’altra blogger, Claudia Cadelo, e una sua amica sono state arrestate e costrette ad entrare in un’auto della polizia e sono state liberate successivamente. «Con una mossa di judo mi hanno costretta a salire in macchina, mentre portavano via Yoani con un’altra auto», ha detto Cadelo. La Sanchez , 34 anni, titolare del «blog desdecuba.com/Generaciòn Y» è stata premiata in Spagna e negli Usa per il suo lavoro di reporter digitale, ma non ha potuto ritirare i riconoscimenti perché non le è stato permesso di uscire dal suo Paese.

Il corpo senza vita di Vladimir Antuna García, giornalista specializzato in questioni di sicurezza per il quotidiano ‘ El Tiempo de Durango’, è stato ritrovato ai lati di una strada. Il giornalista, che era stato rapito la sera prima, è stato crivellato di proiettili. Vladimir Antuna era già stato oggetto di attentato nell’aprile di quest’anno e continuava a ricevere incessanti minacce di morte. Il Messico è il teatro di una ecatombe di giornalisti: sono già 56 quelli uccisi dal 2000, dieci solo quest’anno.

Teheran – Liberati qualche giorno fa tre giornalisti arrestati durante manifestazioni di protesta.  I tre liberati nella n otte sono un canadese e due tedeschi (in un primo tempo si era parlato di un cittadino giapponese e due canadesi). Il procuratore capo ha anche confermato che nello stesso giorno e’ stato arrestato uno studente danese di giornalismo, nel Paese probabilmente per fare un lavoro di ricerca sulla politica iraniana. “Abbiamo chiesto alle autorita’ competenti che ci presentino la documentazione che dimostri la ragione della sua presenza qui. Quando la riceveremo, agiremo di conseguenza”, ha aggiunto Dolatabadi, secondo l’agenzia ufficiale di notizia locale, Irna Nel corso delle manifestazioni furono anche arrestati due reporter iraniani, uno non ancora identificato, un altro, Farhad Pouladi, che lavora per l’ufficio dell’agenzia France Press a Teheran. Secondo il procuratore generale, nel caso di Pouladi ancora si studia la situazione.

A caccia di paparazzi

soprano_c1Nella serie I Sopranos James Gandolfini, alias Tony Soprano, era un pericoloso boss della malavita del New Jersey, stressato non solo dai suoi molteplici doveri di marito perfetto, ma anche dall’ingombrante ruolo di boss della mafia. Stressato è apparso qualche giorno fa anche nella vita reale, stavolta infastidito dai paparazzi. Il 48enne attore, vincitore agli Emmy, faceva compere in centro a New York assieme al figlio Michael quando si è accorto che in lontananza un fotografo lo stava riprendendo. Con fare minaccioso, degno delle sue migliori interpretazioni di capo clan, si è diretto verso il paparazzo e senza pensarci un attimo gli ha strappato con violenza la videocamera dalle mani. «Ti rompo la faccia», dice Gandolfini. Non è la prima volta che l’attore dà il meglio di sé: già nell’aprile scorso si era scagliato contro un paparazzo in mezzo alla strada alzando le mani. In entrambi i casi le «vittime», ree di riprenderlo a sua insaputa, non hanno sporto denuncia.  Video

Il Palestinian Center for Development and Media Freedoms (MADA) ha denunciato le aggressioni avvenute in due zone diverse della parte est della città di Hebron da parte di soldati dell’ersercito israeliano nei confronti del corrispondente e fotografo dell’European Agency (EPA), Abdel-Hafiz Hashlamoun, e del fotografo dell’agenzia ABA, Najeh Hashlamoun. Secondo Abdel-Hafiz, uno dei soldati israeliani lo ha colpito con l’arma al fianco e poi, mentre era caduto a terra, il fotografo è stato preso a calci. Abdel-Hafiz, che stava documentando una perquisizione effettuata da soldati israeliani, ha riportato serie contusioni alla schiena. Najeh Hashlamoun ha raccontato invece di essere stato colpito al viso mentre stava fotografando un gruppo di civili israeliani che stavano distruggendo dei tubi irrigatori appartenenti a coltivatori palestinesi. Il colpo vibrato per distruggere la macchina fotografica gli ha causato una forte emorragia alla bocca. Il MADA ancora una volta si appella alla comunità internazionale affinché intervenga per fermare i continui attacchi israeliani contro gli operatori dei media palestinesi.

TOBAGI_B1Non ho ricordi di mio padre da vivo: è morto troppo presto. In compenso sono cresciuta assediata dall’immagine pubblica di Walter Tobagi. A volte si trattava di rappresentazioni vere e proprie: ricordo il busto di bronzo inaugurato nel palazzo di un ente locale, che da piccola trovavo terrificante, oppure un ancor più terribile ritratto a olio di cui un artista sconosciuto aveva voluto omaggiare il nonno Tobagi. Era ricavato da una fotografia non molto riuscita di mio padre seduto alla macchina da scrivere. Dalla vecchia Olivetti usciva un lunghis­simo foglio di carta bianco avorio che andava ad avvolgersi attorno al suo col­lo: non so se nelle intenzioni dell’auto­re dovesse simulare una stola vescovile, un regale ermellino o un cappio. In ogni caso, meglio la­sciar perdere. Essere al centro di una tragedia pubblica aveva molti risvolti spiacevoli. Primo, mi collocava in una scomoda posizione di visibilità, del tutto inde­siderata. Secondo, avevo l’impressione che l’inva­denza di questa immagine pubblica, anziché avvi­cinarmelo e aiutarmi a conoscerlo, non facesse che spingere mio padre un po’ più lontano da me, come quando insegui un pallone tra le onde. Chi era davvero Walter Tobagi? Perché lo han­no ucciso? Mi ha confortato il fatto di non trovarmi sola nella difficoltà di dare un senso agli eventi. Benedetta Tobagi  segue

gior_b1Il re dell’Arabia Saudita Abdullah ha graziato la giornalista Rozanna al Yami, 22 anni, condannata a 60 frustate per aver lavorato ad un talk show in cui un saudita ha parlato delle sue esperienze sessuali extraconiugali. Abdullah ha chiesto al ministero della Giustizia saudita di abbandonare il caso e passarlo al ministero dell’Informazione. La donna sabato era stata condannata per aver lavorato part-time per il canale satellitare libanese Lbc, colpevole di aver mandato in onda una trasmissione nella quale un saudita si vantava della sua vita sessuale. Il re «ha chiesto al ministero della Giustizia di abbandonare (la condanna alla) flagellazione e di passare la questione al ministero dell’Informazione», ha detto un portavoce del governo, Abdel Rahmane al-Hazaa. Anche il dossier su un’altra giornalista di Lbc è stato trasferito, su ordine del re, al ministero dell’Informazione, che dovrà decidere come e se punire le due professioniste. segue

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